Come noto, non è emerso un vero
vincitore dalle elezioni italiane. Là dove, su specifici temi, tra
uno schieramento e l'altro ,vi erano sensibili differenze, ciò
dovrebbe essere di conforto per chi temeva, trattandosi di rimedi
tutti peggiori del male, che un punto di vista avesse prevalso
sull'altro. Un esempio è quello delle politiche del lavoro. Chi
avreste buttato giù dalla torre tra i Ministri del Lavoro in
pectore, ognuno di un diverso schieramento? Ossia tra
Sacconi/Cazzola, Ichino/Fornero, Dell'Aringa/Damiano/Vendola, x/y
(grillini)? Poiché siamo contro le soluzioni violente avremmo
preferito buttarci noi, per non spargere sangue altrui. Ma il bello è
ora che per arrivare a un compromesso è possibile che un dato
schieramento, pur di non perdere il governo, sia disposto ad adottare
le tesi lavoristiche dell'altro schieramento. Facile, se si pensa che
si tratta di soluzioni inadeguate, irrealizzabili o fallimentari.
Diciamo che anni di esperienza , anche recente, ci hanno sicuramente
indicato cosa non fare. E' implicito che la verità sia in
comportamenti differenti. Quali?Adesso non chiedeteci troppo. Anche
perchè nelle politiche del lavoro si potrà fare qualcosa di valido
a condizione che già si siano fatte altre cose, apparentemente
distanti dall'ambito di competenza del Ministero di Via Flavia. Primo
criterio: mandiamo in vacanza (una volta si parlava di anno
sabbatico) tutti i giuslavoristi italiani (che non hanno scuse perchè
o hanno fatto i ministri o ne erano i bracci destri). Facciamo a meno
di loro in quanto i risultati raggiunti dalle riforme tentate dagli
anni novanta ad oggi ci hanno dimostrato che questi scienziati ancora
hanno tanto da studiare (soprattutto la realtà del mondo del lavoro)
e in queste condizioni fanno solo danni. Se gli ingegneri si
dimostrano incapaci forse sarà il momento di dare un po' di spazio
ai geometri: non si sa mai che riescano ad indovinarci. Poi: evitiamo
di creare nuovi equilibri, tra una forma e l'altra di lavoro,
operando sulla dialettica più costi/meno costi, svantaggi/vantaggi.
E' il mercato del lavoro (di solito più veloce di chiunque altro) a
stabilire, a posteriori la validità dell'una o dell'altra soluzione.
In genere quella che vince è la soluzione più semplice, meno
burocratica e meno foriera di tasse variamente travestite. Ecco,
questo crediamo potrà essere il vero merito storico della riforma
Fornero: costituire in un certo senso la Bibbia di tutto quello che
non va fatto sul lavoro, un gigantesco ed insuperabile esempio in
negativo che in quanto tale è perfetto come un opera d'arte e sarà
studiato dai posteri. Chiedere ai consulenti del lavoro per averne
conferma. Altra cosa da non fare: attribuire valore al lavoro stabile
e disvalore al lavoro non stabile. Abbiamo già detto più volte che
vanno considerate con il massimo rispetto le esigenze di chi ha o ha
avuto il posto fisso e si aspetta di mantenerlo fino ad una pensione
che sia più dignitosa di adesso così come di coloro che sono in
debito con la società (pensiamo ai precari della scuola) per aver
fatto parte, loro malgrado, di una umanità sfortunata in cui sono
stati illusi da un miraggio, quello appunto, del posto fisso. Queste
fasce di popolazione non vanno punite ma accompagnate verso un
miglioramento, graduale , della loro condizione. Sarà difficile
(sappiamo quale peso abbia il debito pubblico) ma va fatto
innanzitutto per un principio di dignità. Ma arriverà il momento (e
su questo dobbiamo deciderci a voltare pagina) che nella società
italiana non esistano più i termini “posto fisso” e “lavoro
precario” così come oggi intesi. Quella è la direzione verso cui
andare, certo, gradualmente. Un lavoratore quindi che abbia sempre
una fonte di reddito anche nei periodi di passaggio, la possibilità
di cambiare serenamente il lavoro più volte nella sua vita, di fare
carriera, di formarsi, di migliorare. Sia nel pubblico che nel
privato. E questo, in un prossimo futuro dovrà valere per tutti.
Perchè l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, non sul posto
di lavoro. Parimenti non dovrà esistere più di fatto il concetto di
precario sinonimo di ricattato, malpagato e sfruttato e senza
prospettive di serena esistenza. Su questa, che è innanzitutto una
battaglia culturale, constatiamo che nessuno è impegnato seriamente.
Male, poiché significa che si stanno difendendo rendite di posizione
o si sta sfruttando la disperazione delle fasce più marginali del
mondo del lavoro. Di solito per guadagnarci sopra . E, soprattutto
ora, per fini elettorali. Analoga apertura mentale è ora sia
adottata sulla questione pensioni. Qui notiamo passi in avanti
rispetto alle appena ricordate contraddizioni relative ai lavoratori
attivi. Si è giustamente seguita l'indicazione di rapportare l'età
pensionabile alla aspettativa di vita. Ancora non si è fatto nulla
(anzi si è registrato un peggioramento) nel comprendere che
l'attuale meccanismo non va più bene (e sarà sempre peggio) per
poter assicurare un livello di vita sufficiente ad ogni singolo
pensionato. Anche qui paghiamo l'eccessivo credito dato in questi
decenni agli scienziati pazzi. Ma prima o poi la situazione esploderà
e come accade occorrerà mettersi a correre per evitare di
sprofondare nella voragine e per fare in pochi secondi quel che ci si
è rifiutati di fare per anni. Non è questa la sede per trattare col
giusto approfondimento temi così delicati ma , intuitivamente, chi
volesse mettersi seriamente a studiare per sciogliere questo nodo non
potrebbe prescindere dall'affrontare alcuni tabù che prima o poi
verranno infranti. Il primo è quello dei cosiddetti diritti
acquisiti. E' la giustificazione oggi più forte alle peggiori
schifezze tuttora presenti nella giungla pensionistica. E, temiamo,
sia una giustificazione strumentale, interessata e non più
tollerabile. Così come avviene per esigenze di ordine pubblico, è
bene si cominci a pensare a leggi eccezionali anche per abbattere
privilegi pensionistici non più sopportabili per la gran massa della
popolazione. Dobbiamo deciderci cioè se questo paese lo vogliamo
salvare o no. Poi, collegato a quanto appena detto e alla vicenda
esodati , forse è arrivato il momento di pensare di trovare dei
rimedi per cui anche chi ha maturato il diritto alla pensione possa
se lo vuole e non rimettendoci tornare nel mondo del lavoro regolare
(e non solo di quello nero come oggi accade). Ripetiamo, possono
apparire affermazioni scandalose e dissacratorie, ma sarà ciò di
cui si parlerà quando si accorgeranno che non ci sono più soldi per
venire incontro a tutti gli esodati. Non date retta a chi vende
analisi interessatamente confuse: non esiste concorrenza tra vecchi e
giovani, non esiste mancanza di lavoro indotta dalla crisi . La
realtà vera è che la concorrenza c'è tra chi ha voglia di lavorare
e mettersi in gioco e chi ha un atteggiamento passivo. E che la crisi
di lavoro è la crisi di creazione di posti fissi. Chi conosce la
realtà sa che è così e il rifiuto dei partiti e dei sindacati di
accettare questa verità deriva dal fatto che questo meccanismo, se
liberato, provocherebbe l'inutilità della macchina burocratica, dei
posti assegnati in maniera clientelare, dell'assistenzialismo e del
parassitismo (politico e sindacale). Altro tabù da abbattere sarà
quello delle retribuzioni. L'art. 36 della costituzione è inadeguato
e irrealistico. Così come l'apparato dei CCNL. Occorre, siamo in
emergenza, che venga posto un tetto alle retribuzioni massime e
vengano innalzate quelle minime ossia i salari e gli stipendi dei
lavoratori e le pensioni degli anziani. E che venga assicurato un
reddito minimo a chi momentaneamente non lavora. Dove si trovano i
soldi? Basterà fare un gigantesco sondaggio in rete a costo zero
perchè i riflettori si accendano su situazioni di privilegio e
spreco di cui giornali e TV spesso non parlano. Basta volerlo. Da
ultimo , un consiglio: non fidatevi di economisti e giuslavoristi
falliti, personaggi tragicomici che o portano sfiga o fanno la figura
patetica di meteorologi che non azzeccano mai il tempo che farà.
Noterete che in questi giorni scrivono a iosa bocciando alcune
proposte innovative che finalmente hanno avuto una consacrazione
elettorale. I poverini non hanno capito che l'adozione del “ceteris
paribus” nel calcolare gli effetti di ipotizzate novità è
inadeguata all'esigenza di porre mano a situazioni nelle quali
diversi fattori devono cambiare contemporaneamente. Questi signori
non sono altro che i catastrofisti del giorno dopo, quelli chiamati a
rimediare al fallimento dei menagrami e delle cassandre del giorno
prima che non sono stati sufficientemente bravi nel mantenere la dote
di consenso elettorale ai partiti che gli assicurano lo stipendio.
Confederazione Sindacale A.G.L. Alleanza Generale del Lavoro
(confederazione sindacale dei lavoratori) codice fiscale: 97624870156; atto costitutivo (e statuto) registrato presso l'Agenzia delle Entrate, DP I MILANO-UT di Milano 1, in data 04/06/2012, serie 3, n.7107- sede naz.le: c/o A.N.V.G. Associazione Nazionale Volontari di Guerra-Federazione di Milano, Via Privata Duccio di Boninsegna 21, 20145 Milano tel.3886296743, fax +39/1782736932, Whatsapp 3455242051, e-mail agl.alleanzageneraledellavoro@gmail.com ; e-mail certificata: alleanzageneraledellavoro@pec.it
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domenica 10 marzo 2013
domenica 24 febbraio 2013
ROTTAMAZIONE ANCHE NEI SINDACATI?
E' apprezzabile che anche in una fase
così critica per il mantenimento del buon senso, come può essere
quella degli ultimi giorni di campagna elettorale, si sia
impertubabilmente riusciti a continuare il dibattito sulla riforma
del mercato del lavoro. Tutti hanno la loro ipotetica soluzione a
valere per il periodo che, a loro dire, ci separa dalla fine della
crisi e dalla ripresa, alla faccia di chi pensava finalmente arrivata
la fine del capitalismo. Quando si dice avere la capacità di
guardare nel medio-lungo... E' lecito però porsi un dilemma,
affrontato, per altri versi, di recente, nel dibattito pre elettorale
interno ai due maggiori schieramenti politici: quello della necessità
di una rottamazione della vecchia classe politica, non solo di
governo ma anche interna ai partiti. Ci si domandava: ma come possono
essere credibili le proposte di chi da decenni ha avuto la
possibilità di tradurle in realtà e non l'ha fatto?
Stesso tipo di interrogativo verrebbe
da porsi con riferimento agli attuali leader sindacali datoriali e
dei lavoratori. Ossia: ma questa gente finora cosa ha fatto? Imprese
e lavoratori fanno bene ad affidarsi a loro? Si potrebbe rispondere
che alcuni di loro sono di recente nomina. Forse sì ma, guardando le
loro carriere, sono stati sempre in seconda fila , subito alle spalle
dei rispettivi leader del passato e, comunque, è risaputo che a
livello sindacale le responsabilità sono più condivise poiché le
carriere durano più a lungo, a differenza degli staff dei segretari
politici che ne seguono la sorte, spesso, in relazione agli
insuccessi elettorali.
Comune a entrambi i mondi, politico e
sindacale, è la mistificazione nella lettura delle fonti. Come
prevedevamo pochi giorni fa, le raccomandazioni dell'OCSE sono state
lette all'italiana: ognuno un po' come gli pare. La povera Fornero,
in particolare, non avrà pace per anni: infatti il suo nome verrà
associato all'omonima riforma di cui sicura è la madre (la
professoressa Elsa, appunto) ma di cui tutti disconoscono di essere
il padre. Speriamo che i verbali delle votazioni della riforma non
facciano la fine dei tracciati radar di Ustica...Partendo da tale
lettura tutti i protagonisti del dibattito hanno ritenuto di dire la
loro. Le posizioni più preoccupanti sono di coloro che non
partecipando alle elezioni ritroveremo anche dopo. Il segretario
della CISL per esempio. Anche lui dice qualcosa che coincide con le
nostre posizioni: basta leggi sul lavoro, le riforme per dare un
impiego a chi non ce l'ha le concordino le parti sociali e se
necessaria una legge sia essa solo recepimento di accordi presi. E'
vero, siamo d'accordo sul principio. E' dagli anni settanta che si
dice che le riforme dovrebbero essere progettate ascoltando gli
interessati, con un ampio consenso e non imposte dall'alto da chi non
sa nulla della realtà in cui va a mettere le mani. Ed è altrettanto
vero che anche noi siamo per un sindacato vecchia maniera che ottenga
nuovi equilibri economico-sociali e normativi attraverso gli accordi
ma, se necessario (al contrario della CISL) anche con le lotte e gli
scontri sociali (non violenti, per carità) Però... il secondo
sindacato italiano non dice “basta leggi” ma “basta NUOVE
leggi”. Ossia, e non è una sottigliezza da poco, per la CISL la
Legge Biagi e la Legge Fornero non vanno toccate. Come già eravamo
abituati nel pubblico impiego, la CISL mostra di condividere non un
modello di libera ma di falsa contrattazione. Irregimentata in leggi
mal concepite, condizionata da erogazione di risorse in cui è lo
Stato ad aprire e chiudere il rubinetto (e qui è meglio per tutti
essere conservatori poiché quelle poche volte che il rubinetto è
stato affidato ai sindacati sono spariti il rubinetto, il tubo, il
lavandino e la cisterna...). In poche parole: subordinata e complice
del governo di turno.Vuol dire quindi che si condivide ad esempio
“quel” l'articolo 18, quella riforma delle pensioni, quella
moltiplicazione dei tipi contrattuali, quella selvaggia negazione dei
diritti democratici dei lavoratori, quella visione strumentale (tra
l'altro malriuscita) del rito processuale, per cui se il lavoratore
deve essere licenziato la giustizia è più veloce di quando lo
stesso deve rivendicare differenze retributive, demansionamento o
lavoro in nero.E' netta poi la sensazione che tutti questi personaggi
parlino in maniera ingannevole del rapporto di lavoro a tempo
indeterminato. Come se volessero nasconderci la scomoda verità che
anch'essi conoscono: che il lavoro a tempo indeterminato morirà con
l'ultimo degli attuali statali che andrà in pensione. Lo ripetiamo,
anche per svegliare tanti lavoratori dal mondo dei sogni: cerchiamo
di lottare per un lavoro dignitoso e ben retribuito, non guardiamo a
un modello che di fatto (indipendentemente che noi lo si dica o no) è
destinato a sparire con gli ultimi uffici pubblici vecchio tipo e con
le ultime fabbriche di una volta. Occorre che il lavoratore abbia
occasioni continue, possibilità di fare carriera e che sia sicuro
di avere un reddito anche nelle fasi di sospensione dell'occupazione.
Occorre aumentare gli stipendi, garantire i diritti sul lavoro,
garantire a tutti (fino a quando non torneremo a essere un paese
civile sul lavoro e nelle relazioni sindacali) lo stesso articolo 18
vecchio tipo e l'agibilità sindacale a tutte le sigle. E poi spirito
pratico: se la somministrazione, nonostante quanto apparisse
all'inizio, si è rivelata un accettabile strumento per far lavorare
più persone possibili nella legalità e nel rispetto dei contratti,
ben venga un incoraggiamento della stessa. Se l'apprendistato(di tipo
nuovo) non cammina alla velocità voluta è perchè probabilmente il
progetto era irrealistico, ad esempio lontano dal modello tedesco,
che invece funziona .Inutile quindi sbandierarne una efficacia
indimostrata e peggio ancora continuare a illudere, con false
promesse di stabilizzazione (chi paga? Né lo Stato né le aziende
sembrano disponibili, quindi non prendeteci in giro) chi come cocopro
e partite iva è tra le maggiori vittime della legge Biagi e
soprattutto, degli errori (nel modulare gli incentivi) della Legge
Fornero.I politici che si occuperanno di questo argomento, dopo le
elezioni, agiscano in maniera semplice e sensata: ascoltino le
imprese (non solo Confindustria) , i sindacati (non solo Triplice e
UGL) e i consulenti del lavoro così come le agenzie e gli altri
protagonisti. Effettivamente, guardando alla validità delle proposte
e non inventandosi gerarchie di rappresentatività frutto di
fantasia e di strumentalità. Badando alla soluzione concreta dei
problemi. Non ci servono più né Ministri né studiosi che
continuino a passare alla Storia solo per i danni fatti a lavoratori
e pensionati.
Intendiamoci: non è che da
Confindustria (che sa solo proporre incentivi, cioè soldi alle
imprese, le sue in particolare) e CGIL (che gira e rigira ripropone
solo l'assunzione di nuovi dipendenti pubblici anche se si guarda
bene dal chiamarli così) vengano indicazioni più valide. Viene da
dire: se il vostro livello propositivo è questo, meglio che stiate a
case e non facciate patti o accordi sulla nostra schiena.
Certo è che anche la classe sindacale
comincia a dare segni di usura e che forse è arrivato il momento di
rottamare. Non a caso abbiamo (solo noi) segnalato che già il mondo
sindacale ha il suo Porcellum: la rappresentatività così come
individuata nell'accordo Confindustria-Sindacati del giugno 2011.
Speriamo rimanga solo uno dei tanti protocolli sindacali caduti nel
vuoto (delle nostre tasche...) . In conclusione, noi che da tempo
critichiamo il mondo accademico per essersi reso corresponsabile
delle nefandezze dei politici, non possiamo non sottolineare
positivamente, per una volta, un passaggio, che condividiamo in toto
(potete andare a rileggervi precedenti nostri articoli) , di un
recente intervento del Prof. Michele Tiraboschi sul tema della
contrapposizione tra contratto a tempo determinato e indeterminato
che da tempo toglie il sonno a leader politici e sindacali senza che
riescano a venire a capo di nulla di concreto. Dice il Prof.
Tiraboschi: “il dibattito sui contratti stabili e precari dimostra
il ritardo culturale del nostro Paese nell'interpretare e costruire
il futuro di un'economia e di una società. Il tema vero è il
superamento della contrapposizione tra lavoro autonomo e lavoro
subordinato per costruire uno Statuto di tutti i lavori. Il futuro
del lavoro non si gioca più sulle forme contrattuali quanto su
autonomia e creatività del lavoro, l'assunzione di rischio e spirito
imprenditoriale anche nei lavoratori e, infine ma non ultimo, le
competenze. Il mercato del lavoro è fatto con i contratti ma questi
creano valore solo se sono veicolo di competenze professionali e base
per lo sviluppo di logiche virtuose di produttività tanto a favore
delle imprese che dei lavoratori”.
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domenica 17 febbraio 2013
LAVORO: PARTITA DAL PORTO FORNERO, UNA ZATTERA ALLA DERIVA NELLA NOTTE GALLEGGIA SULLA PALUDE DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI. I TRE MAGGIORI SCHIERAMENTI DISCORDI SUL DOPO ELEZIONI.
E' di pochi giorni fa l'ultimo richiamo
dell'OCSE che come al solito, all'italiana, verrà letto dagli
interessati, in più maniere tra loro contraddittorie. Dice l'OCSE
che più che il posto, va protetto il reddito del lavoratore. Ma i
soldi per farlo, in Italia, ci saranno?Le leggi, infatti, come noto,
non producono di per sé nuove risorse.Anzi, per raggiungere
l'obbiettivo spesso ne richiedono di nuove. Sempre OCSE sostiene che
ciò influirebbe sulla migliore dislocazione della forza lavoro. Ma
già qui emerge una divergenza di impostazione tra una Europa
liberista, che ipotizza un processo di causa -effetto spontaneo e una
visione italiana statalista e dirigista che unanimemente ritiene che
questi processi vadano guidati da politiche attive del lavoro (per la
verità solo nell'ultimissima comunicazione l'OCSE ne fa cenno, senza
troppa convinzione) , mai realmente fatte in decenni nonostante le
decine di migliaia di dipendenti pubblici impegnati nelle relative
amministrazioni di cui non si vuole ammettere , per motivi
clientelari, l'inutilità. Sarà dura realizzare la flessibilità in
entrata e uscita richiesta dall'OCSE quando la mentalità prevalente
è quella che l'una e l'altra parte , nelle due fasi, debbano essere
più brave a fregare la controparte che a rispettare regole di
correttezza e civiltà. Tutto un altro mondo, quindi. In ogni caso in
Italia, prima del 2017 un sistema universale di protezione sociale
per chi perde il lavoro non sarà realizzabile e quindi su questo,
per il momento, a meno che non siano scoperti pozzi di petrolio in
Via Flavia, è meglio mettersi l'anima in pace e proseguire coi
vecchi ammortizzatori. Già il Fondo Monetario Internazionale aveva
cominciato a snocciolare questo libro dei sogni: riforma della
giustizia, riforma tributaria, riforma della scuola e
dell'università, no ai condoni, ridurre il cuneo
fiscale,liberalizzazioni, privatizzazioni, ecc. Con un po' di ritardo
forse: qualcuno dovrebbe spiegare all'OCSE che in Italia le tasse
universitarie è inutile aumentarle ancora visto che ormai gli
studenti stanno abbandonando le facoltà sia per i già alti costi
sia per l'inutilità della laurea nell'attuale mercato del lavoro. E
con troppa prudenza, visto che lascia la porta aperta e quindi
ammette una modulazione temporale degli interventi in tutti i settori
di cui si propone la riforma compatibilmente con le esigenze di
bilancio. Quindi se ne parlerà tra anni. Per cui: parole al vento.
Nel frattempo la riforma Fornero si delinea (lo dicono gli
imprenditori e non stranamente quei partiti che dicono di voler
rappresentare il lavoro dipendente, il più colpito dal capolavoro
della professoressa torinese) come un disastro epocale. . Ha
aggravato i costi nell'utilizzo di apprendistato e lavoro a termine,
ha concorso alla perdita di ulteriori 320 mila posti di lavoro e a
un tasso di disoccupazione, specie giovanile, che da tempo non si
riscontrava. Le aziende fanno sempre meno contratti, soffocate da
burocrazia asfissiante e oneri inutili. Il contratto di apprendistato
è affondato per l'aumento della contribuzione, per il vincolo di
stabilizzazione e, per la verità, anche per i ritardi delle
Regioni. Analoghe disavventure per il contratto a tempo determinato,
grazie all'aumento della contribuzione, non riequilibrato dal premio
di stabilizzazione e dalla possibilità di omettere il “causalone”.La
reputazione delle collaborazioni e delle partite IVA era da tempo
segnata (per la intrinseca pericolosità) da parte delle aziende, il
contratto di inserimento è stato abrogato,le agevolazioni alle
assunzioni femminili sono al palo per la solita non immediata
attuabilità delle leggi italiane (da definire ancora territori e
tipi di impiego). Poiché è aumentato il contributo per l'ASPI è
diventato più costoso licenziare quindi si preferisce addirittura
non assumere. Nè tanto meno le aziende sono propense a versare i
contributi relativi ai fondi di solidarietà bilaterale e residuale.
Un capolavoro quindi cui oltre alla
Fornero ha sicuramente concorso l'elite amministrativa del Ministero
del Lavoro che ha fornito la propria preziosa consulenza tecnica a
supporto del Ministro. Anche l'Italia pertanto possiede le sue armi
di distruzione di massa. Come rimediare? Qui la confusione rischia di
accentuarsi. Il PD è per una modifica della riforma, il PDL per
abolirla, Monti (cioè Ichino) per sperimentare nuove soluzioni.
Molto dipenderà da chi ricoprirà il posto di Ministro del Lavoro e
dalle spinte che verranno, su un tema tanto sensibile, dalla sinistra
estrema, dalla lega, dai grillini e, ovviamente, dalle associazioni
sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro.
Dalla lettura delle varie posizioni in
campo alcune osservazioni sono d'obbligo.
Il PD appare eccessivamente attardato
in una visione ingegneristica del diritto del lavoro. L'impressione
è che abbia difficoltà ad elaborare un modello coerente e compiuto
e, probabilmente, sia intenzionato in futuro ad appaltare alla CGIL e
alla Camusso , volta a volta, l'elaborazione di proposte da far
proprie come governo in cambio di una pace sociale (e qui non sembra
lecito attendersi uno scavalcamento da parte di CISL, UIL e UGL). Da
un punto di vista tecnico è prevedibile che si ripropongano gli
stessi errori compiuti quando si riformò la materia del lavoro
pubblico. Un groviglio di circolari, decreti attuativi, protocolli di
intesa che rischia di far diventare il diritto del lavoro italiano
ancor più giungla di come lo sia attualmente. Unico sollievo: forse
per un bel po' di tempo ci verrà risparmiata l'inutile polemica
sull'articolo 18 (forse l'argomento che alle aziende interessa di
meno, in quanto non a tutti è noto che le aziende non vogliono
licenziare ma crescere, produrre e assumere alle condizioni più
favorevoli possibili). Il PD non si occuperà di pensioni (non
smetterà mai di ringraziare la Fornero per averci lavorato sopra
sporcandosi fino al collo) se non per sanare la vicenda esodati
effettivamente imbarazzante per l'elettorato di riferimento L'art. 8
di Sacconi per il PD è come l'alieno di Roswell di cui si debba fare
l'autopsia: ancora non ha capito da dove cominciare,se la
contrattazione aziendale è un rischio o un opportunità: poco male:
saranno gatte da pelare per la CGIL....
L'uomo di punta per la Lista Monti è
Ichino, uscito sconfitto anche lui dalle primarie del PD. Ovvio che
per questo motivo e per la sua scelta di cambiare schieramento,
nonché per una vecchia ruggine tra lui e l'Amministrazione del
Lavoro, sarà difficile che la sua proposta possa essere influente,
quanto meno nella prima parte della legislatura. Il professore è
divenuto molto più prudente (il tritacarne in cui si è ficcata la
Fornero ha spaventato molti studiosi) e pone l'accento sull'aspetto
sperimentale della propria proposta perchè neppure lui sa se possa
davvero funzionare nel caos del mondo del lavoro in Italia. Diversi
sono i punti deboli della proposta. In sintesi:le imprese sono
stanche di esperimenti: vogliono lavorare e in sicurezza, altrimenti
vanno all'estero. Il rapporto di lavoro a tempo indeterminato
(illusorio) rischia più di essere un dogma che una realtà. Forse è
bene che si elaborino modelli alternativi in cui tutti, senza
privilegi, possano cambiare lavoro nella vita in piena sicurezza. Il
precariato non è sgradevole tanto per la durata determinata ma per
essere sfruttamento sottopagato e ricattato. Più che la durata, qui
il tema è la dignità delle condizioni di lavoro e la sufficienza
della retribuzione. Quindi secondo noi, anche da parte di Ichino c'è
un evidente ritardo interpretativo. Di ridurre il cuneo fiscale
Ichino sa meglio di noi che non è aria, almeno finchè i costi della
PA saranno a questi livelli. Ichino poi dovrebbe sapere che
l'Outplacement in Italia il soggetto pubblico non sa farlo e quindi
non sarebbe gratuito. E delude quando scomunica l'art. 8 di Sacconi
in nome del totem CCNL. Ci saremmo aspettati un po' più di coraggio
nel valorizzare la contrattazione aziendale, l'unica che può
sparigliare il pluridecennale immobilismo dell'assetto sindacale
italiano.
Quanto al PDL pesa su questo
schieramento l'eredità della gestione Sacconi cui non si può non
pensare in relazione alla credibilità delle intenzioni di modificare
realmente, questa volta, il mercato del lavoro. Certo, non si può
negare che la scelta sia chiara (abolire la riforma Fornero e tornare
alla Legge Biagi) e che il quadro ideologico sia coerente. Il punto
debole è nella dimostrata incapacità, in questi anni, di quella
parte, di saper unire e non dividere il mondo del lavoro su una
prospettiva condivisa. E in Italia la riforma del Lavoro o la si fa
tutti assieme o non la si fa. Anche in questo caso, come per Ichino,
il contrasto tra tempo indeterminato e precariato è posto in maniera
non corretta e fuorviante, in maniera cioè poco moderna. Ovviamente
la validità dell'art. 8 di Sacconi è ribadita ma ci sarebbe più
piaciuta una netta presa di distanze da visioni dello stesso
penalizzanti per le condizioni dei lavoratori. Bene abbattere il
totem del CCNL ma per migliorare le condizioni di imprese e
lavoratori , non per peggiorarle perchè non è così che l'economia
cresce. Quanto al tema della liberazione del lavoro dai vincoli
fiscali e burocratici, lo stesso è convincente come sempre ma in
realtà è rimasto in questi anni una mera utopia nonostante le
responsabilità di governo ricoperte.
In conclusione auguriamo a tutte le
forze politiche, dopo le elezioni, di riuscire a realizzare qualcosa
di buono e costruttivo per tutti i lavoratori italiani. Ne sentiamo
veramente il bisogno.
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