Confederazione Sindacale A.G.L. Alleanza Generale del Lavoro

Confederazione Sindacale A.G.L. Alleanza Generale del Lavoro
(confederazione sindacale dei lavoratori) codice fiscale: 97624870156; atto costitutivo (e statuto) registrato presso l'Agenzia delle Entrate, DP I MILANO-UT di Milano 1, in data 04/06/2012, serie 3, n.7107- sede naz.le: c/o A.N.V.G. Associazione Nazionale Volontari di Guerra-Federazione di Milano, Via Privata Duccio di Boninsegna 21, 20145 Milano tel.3886296743, fax +39/1782736932, Whatsapp 3455242051, e-mail agl.alleanzageneraledellavoro@gmail.com ; e-mail certificata: alleanzageneraledellavoro@pec.it
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lunedì 17 dicembre 2012

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ITALIANA: IL FUTURO E' UN BY-PASS?

da AFFARI ITALIANI
http://affaritaliani.libero.it/economia/delocalizzazione-imprese-italia-svizzera16122012.html?refresh_ce

Tutti oltre confine/ Le Pmi italiane delocalizzano in Svizzera. A Berna il fisco è market-friendly

Lunedì, 17 dicembre 2012 - 08:51:00
Di Guido Beltrame* La notizia viene data quasi sottovoce da un funzionario della dogana, difficile verificarla, improbabile che sia inventata. Ogni giorno lavorativo, dieci camion carichi di mobili da ufficio valicano il confine tra Italia e Svizzera. Sono aziende italiane che delocalizzano o si trasferiscono completamente. Certo, non vale l'equivalenza "un camion = una società", ma fossero anche solo 2 società al giorno i numeri dovrebbero far riflettere… E invece, per comodità o - peggio - per voluta disinformazione, qualcuno continua a sostenere che chi si trasferisce in Svizzera lo fa solo per pagare meno tasse o, ancora peggio, per frodare il fisco italiano. Una bella scusa per non voler ammettere e riconoscere le debolezze, le lacune, i tumori del sistema Italia.

Arriviamo subito al punto: il carico fiscale è, sì, inferiore in Svizzera rispetto all'Italia (ormai arrivata al top delle classifiche mondiali, quindi quasi qualsiasi Paese è più conveniente dal punto di vista fiscale del nostro), ma quello che attrae gli imprenditori italiani ad andare oltre confine con le loro aziende (o parte di esse) sono anche, se non soprattutto, altri fattori: certezza delle regole, burocrazia ridotta al minimo, funzionari pubblici collaborativi e non, nella maggior parte dei casi, svogliati o addirittura incredibilmente contrari a tutte le possibili soluzioni dei problemi.

Partiamo dal fisco. In Svizzera, ci sono poche e chiare regole. Se avete un dubbio o un problema si contatta l'ufficio di tassazione e lo si risolve insieme, collaborando senza prese di posizione preconcette. Il contribuente è l'anello fondamentale della catena, non la vittima sacrificale. Si arriva, persino, in alcuni casi a preconcordare quante tasse il contribuente/società dovrà versare. Una volta versata la somma concordata non ci saranno controlli ulteriori, nessuno studio di settore, redditometro o ispezione. Annualità chiusa e avanti per l'anno successivo. La collaborazione e l'accordo preventivo fanno in modo che il contenzioso tributario sia ridotto praticamente a livelli minimi con un gran beneficio per le casse della Pubblica Amministrazione. In Italia nel 2011 sono stati eseguiti quasi 700.000 accertamenti. Peccato, poi, che agli accertamenti non faccia seguito un effettivo beneficio per le casse dello Stato.
Le statistiche dicono che, in Italia, in secondo grado (oltre, c'è la Cassazione con costi di difesa spesso insostenibili o non ragionevoli per il contribuente - non per il fisco che è difeso "gratis" dallo Stato) il contribuente ha totalmente ragione nel 45% dei casi, nel 9% dei casi il contribuente ha ragione parzialmente, il fisco vince completamente nel 41% mentre il restante 5% dei casi (fonte Ministero Economia e Finanze) il contenzioso ha un altro esito (difficile da capire quale possa essere…). Considerando, inoltre, che quasi sempre le spese di giudizio vengono compensate tra le parti, si deve concludere che il contribuente italiano è indubbiamente vessato dal fisco. Chi di noi, se sbagliasse il 50% delle sue scelte nel lavoro, riuscirebbe a sopravvivere? Probabilmente dovrebbe cambiare lavoro. I dirigenti e i funzionari del fisco sono ben più fortunati dei comuni mortali: sbagliano una mossa su due, e nessuno gli muove la benchè minima critica. Non solo, ma i costi di questa enorme macchina burocratica legata al contenzioso, non appesantiscono forse il bilancio dello Stato?

*L'autore è un dottore commercialista che esercita sia a Milano che a Chiasso

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COMMENTO ALP-AGL:

Questo articolo pensiamo sia molto utile per far capire a tutti i dipendenti pubblici italiani quale sia il terreno dove si gioca il loro futuro. Non le elezioni delle RSU che si tengono ogni tre anni e che formano organismi che non contano nulla, non l'iscrizione e l'attività per sindacati che, se rappresentativi, non esistono nell'interesse dei lavoratori ma per gli scopi dei loro vertici che intrecciano giochi perversi con certa parte della dirigenza pubblica e del mondo politico. Non nel riscuotere, seppur con regolarità (fino a quando?) , quel misero stipendio (compresi i FUA e le strampalate ripartizioni che se ne fanno) ormai eroso fino all'osso e che consente a malapena di mangiare, non nello sperare in una pensione pubblica che tra qualche anno sarà alleggerita fino a volare via, non nella previdenza integrativa, concepita a uso e consumo di grandi sindacati, compagnie assicurative e banche che vogliono esercitarsi a fare gli speculatori di borsa con le vostre liquidazioni, facendovele sparire. Non nell'ossequiare un dirigente per il quale voi siete solo dei soldatini da mettere in campo per continuare ad avere titolo a sedere sulla propria poltrona.
L'unica maniera per capovolgere questo amaro destino è entrare in rapporto diretto con cittadini e imprese, capire le loro esigenze, collaborare tutti per un nuovo Stato, una nuova Pubblica Amministrazione, mandando in soffitta i vecchi Sindacati e i vecchi Partiti che vi hanno usato, portato a questo punto e che tra poco vi butteranno via.
Che il 2013 sia l'anno dal quale cominci la rimotivazione personale e la capacità di riorganizzarsi in forme nuove. D'altronde, peggio di così...

giovedì 28 giugno 2012

IL NODO DELOCALIZZAZIONE

Viene da sorridere pensando che la delocalizzazione, lo spauracchio di oggi, sia nata nel 1492, con la scoperta dell'America.
E che da allora sia andata avanti perchè ritenuta essenziale per lo sviluppo e inarrestabile, pena l'arretramento del benessere.
Il lavoro allora diventa come una coperta troppo corta nel letto in cui dormono più persone: occorre cercare di tirarlo a sé a scapito degli altri per più tempo possibile. E' una battaglia per la sopravvivenza dei territori. Che però possono combattere per sopravvivere. Ma, di solito, vince sempre chi cerca di attrarre lavoro, cioè chi attacca, difficilmente chi si difende ossia chi vuole trattenere il proprio lavoro. Stiamo parlando di nazioni in cui c'è concorrenza tra regioni e di continenti in cui c'è sfida tra nazioni. Esistono in teoria regole ma non soggetti forti che sappiano e limitare la perdita di benessere delle zone meno competitive. Per definizione sono le multinazionali a suonare la musica.
Come attaccare (attrarre)? Adottando imposte sui redditi e regole IVA favorevoli rispetto ai paesi concorrenti. Come difendersi? Disincentivare l'uscita del lavoro dal proprio Paese imponendo vincoli alle aziende che delocalizzano altrove (più tasse, visto che i profitti sempre , di fatto, in capo al soggetto imprenditoriale che ha sede nel paese di partenza prima o poi ritornano oppure obbligo di restituzione di contributi e aiuti pubblici ricevuti nel caso in cui poi l'impresa vada a investire con quei soldi all'estero).
Grande risonanza sta avendo negli USA la iniziativa bipartisan relativa ai call center indiani (leggi qui http://www.economiaweb.it/usa-dichiarata-guerra-ai-call-center-indiani/ )In Italia siamo un po' indietro. Leggendo (qui http://www.torinotoday.it/economia/lavoratori-indesit-assemblea-28-giugno-2012.html ) la notizia della protesta dei lavoratori dell'INDESIT di None (TO) a cui manifestiamo tutta la nostra solidarietà, stupisce di trovare ancora di sindacati che hanno un approccio infermieristico alla questione, pendendo dalle labbra del funzionario di turno del Ministero dello Sviluppo Economico o della Regione. Ci domandiamo cioè perchè questi Sindacati non utilizzino tutti i loro legami politici per fare in modo che iniziative politico-legislative sulla questione non restino prerogative di forze politiche e di personalità dignitosissime e meritevoli , per carità, ma, per il momento, un po' “marginali”.Alcuni esempi: questo http://www.italiadeivalori.it/territorio/veneto/14756-lavoro-ditec-subito-legge-contro-delocalizzazione , questo: http://www.youtube.com/watch?v=gpfXG3lM5rM e questo http://www.prov-reggioemilia.leganord.org/index.php?option=com_content&view=article&id=24:finanziamenti-per-mercati-esteri-usati-per-delocalizzare&catid=27&Itemid=116 .
Anche se la colpa non è mai dei lavoratori, per questa volta vorremmo pregare i “rappresentati” (i lavoratori) di reagire alla disperazione e di sollecitare i “rappresentanti” (i loro dirigenti sindacali) a bussare alla porta dei loro onorevoli di riferimento per darsi una smossa in materia. Non è detto infatti che a qualcuno possano venire idee migliori, oltre a quelle attualmente sul piatto. Certo occorre coraggio su due terreni da sempre ostici per certi sindacati: l'imposizione di regole severe alle imprese a tutela del pubblico interesse (un pizzico di dirigismo statalista ) e la “flessibilità” fiscale (un pizzico di liberismo). Due ingredienti che , nella giusta dose, senza eccedere, combinati con accortezza, ogni tanto potrebbero essere di giovamento all'ammalato grave: il mondo del lavoro italiano.