Confederazione Sindacale A.G.L. Alleanza Generale del Lavoro

Confederazione Sindacale A.G.L. Alleanza Generale del Lavoro
(confederazione sindacale dei lavoratori) codice fiscale: 97624870156; atto costitutivo (e statuto) registrato presso l'Agenzia delle Entrate, DP I MILANO-UT di Milano 1, in data 04/06/2012, serie 3, n.7107- sede naz.le: c/o A.N.V.G. Associazione Nazionale Volontari di Guerra-Federazione di Milano, Via Privata Duccio di Boninsegna 21, 20145 Milano tel.3886296743, fax +39/1782736932, Whatsapp 3455242051, e-mail agl.alleanzageneraledellavoro@gmail.com ; e-mail certificata: alleanzageneraledellavoro@pec.it
Visualizzazione post con etichetta Pietro Ichino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pietro Ichino. Mostra tutti i post

lunedì 11 aprile 2016

REFERENDUM "TRIVELLE" : ANCHE L'AGL E' PER L'ASTENSIONE.



Pubblichiamo, dal sito www.pietroichino.it , un'interessante riflessione del Sen. Prof. Pietro Ichino sull'argomento:

UN REFERENDUM PRIVO DI UN OGGETTO APPREZZABILE

IL CONTENUTO PRESSOCHÉ NULLO DEL QUESITO REFERENDARIO SULLA PROSECUZIONE DELL’ESTRAZIONE DI IDROCARBURI DAL FONDO MARINO VICINO ALLE NOSTRE COSTE
Nota tecnica, 8 aprile 2016 – In argomento v. anche l’editoriale telegrafico Una domanda ai No-Triv e il mio articolo pubblicato su il Foglio dell’8 aprile, L’ideologia del “no” a tutto e i luoghi comuni su Tempa Rossa.
Se il quorum venisse raggiunto e prevalessero i sì, tutte le concessioni per l’estrazione di idrocarburi dal fondo marino resterebbero attive, anche quelle entro le 12 miglia dalla costa. Non cambierebbe niente, anche perché – come è noto – l’abrogazione di una norma legislativa non fa certo rivivere la norma che era in vigore precedentemente; e ancor meno l’abrogazione parziale. Esaminiamo la cosa più da vicino.
Il quesito referendario riguarda l’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante “Norme in materia ambientale”, che è stato oggetto di numerose modificazioni nel tempo, che sono consistite nell’aggiunta di diversi commi, passati dai 7 originari a 17, e dalla loro ripetuta modifica. In particolare, dello stesso articolo 6 è stato modificato il comma 17 con il comma 239 della legge 28 dicembre 2015 n. 208.
Il comma 17 dell’articolo 6 del d.lgs. n. 152/2006, come risulta modificato dal comma 239 della legge 28 dicembre 2015 n. 208
All’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, il secondo e il terzo periodo sono sostituiti dai seguenti: «Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attività di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonché le operazioni finali di ripristino ambientale.
Il testo del quesito referendario
Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?
Il testo integrale del comma 17 dell’art. 6 del dlgs 152/2006 risultante dal referendum, se si raggiungesse il quorum e prevalessero i “sì”
Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attività di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonché le operazioni finali di ripristino ambientale. Dall’entrata in vigore delle disposizioni di cui al presente comma è abrogato il comma 81 dell’articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i titolari delle concessioni di coltivazione in mare sono tenuti a corrispondere annualmente l’aliquota di prodotto di cui all’articolo 19, comma 1 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, elevata dal 7% al 10% per il gas e dal 4% al 7% per l’olio. Il titolare unico o contitolare di ciascuna concessione è tenuto a versare le somme corrispondenti al valore dell’incremento dell’aliquota ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato, per essere interamente riassegnate, in parti uguali, ad appositi capitoli istituiti nello stato di previsione, rispettivamente, del Ministero dello sviluppo economico, per lo svolgimento delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza anche ambientale degli impianti di ricerca e coltivazione in mare, e del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, per assicurare il pieno svolgimento delle azioni di monitoraggio, ivi compresi gli adempimenti connessi alle valutazioni ambientali in ambito costiero e marino, anche mediante l’impiego dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), delle Agenzie regionali per l’ambiente e delle strutture tecniche dei corpi dello Stato preposti alla vigilanza ambientale, e di contrasto dell’inquinamento marino.
Forse, dunque, hanno ragione coloro che protestano contro un referendum del tutto inutile. E invitano gli elettori ad astenersi dal voto.

PIETRO ICHINO



venerdì 20 giugno 2014

E' SIN DALLA SUA NASCITA CHE L'AGL SOSTIENE LA STESSA TESI.MASSIMO RISPETTO PER CHI SCIOPERA MA ORMAI E' UN'ARMA SPUNTATA.GLI SCIOPERI NEI TRASPORTI SONO CONTROPRODUCENTI: SPOSTANO L'OPINIONE PUBBLICA DALLA PARTE DEI GOVERNANTI CUI SI CHIEDE DI POR FINE AI DISAGI.LO SCIOPERO NEL PUBBLICO IMPIEGO AVVANTAGGIA CHI DIRIGE LA BUROCRAZIA PERCHE' FA RISPARMIARE SOLDI CHE VANNO A FINIRE NEI PREMI DEI DIRIGENTI VENDUTI.E ANCHE IN CASO DI PROTESTA DURA OGNI DANNO E' SCARICATO SUL CONTRIBUENTE, CIOE' SUL LAVORATORE STESSO.MA ALLORA I LAVORATORI DEVONO STARE FERMI E SUBIRE? NO, DEVONO SEMPLICEMENTE CAMBIARE IL MODO DI COMBATTERE,COLPIRE I VERI RESPONSABILI DELLA LORO CONDIZIONE E ANDARSENE DAI VECCHI SINDACATI ("CONFEDERALI", "AUTONOMI "E "ANTAGONISTI") DIRETTI DA VECCHI E NUOVI TROMBONI IN DIVISA DA TRIBUNO DELLA PLEBE CHE, COME ACCADE PER I GENERALI DEGLI ESERCITI IN DECADENZA, SANNO SOLO ORGANIZZARE PARATE (GLI SCIOPERI) A USO E CONSUMO DELLA AUTOCONSERVAZIONE DEL PROPRIO RUOLO E DEI PROPRI PRIVILEGI.NON C'E' NULLA DI PIU' PREZIOSO DEL PROFITTO PER L'IMPRENDITORE PRIVATO E DELLA INTOCCABILITA' DELLA POLTRONA PER CHI COMANDA LA BUROCRAZIA.PORTAFOGLIO E CADREGA:E' LI' CHE BISOGNA COLPIRE!PERCHE' I VOSTRI "SINDACALISTI" NON LO FANNO GIA'?POSSIBILE CHE NON L'ABBIATE CAPITO?PERCHE' FANNO FINTA DI DIFENDERE VOI MA, DI NASCOSTO, PER AVERE FAVORI PER SE' STESSI, SI METTONO D'ACCORDO PROPRIO CON I VOSTRI PADRONI O I VOSTRI DIRIGENTI.SI CHIAMA "SINDACALISMO ALL'ITALIANA": CAPISCI AMME'!

                                          (nella foto: il Sen. Prof. Pietro Ichino)

dal sito del Sen. Prof. Pietro Ichino
http://www.pietroichino.it

""""""""""

SCIOPERI CHE HANNO SEMPRE MENO SENSO

RIFLESSIONI DOPO ALCUNI SCIOPERI FALLITI, DALLA RAI ALLA MASERATI, DALLA SPEZIA A GRUGLIASCO
Intervista a cura di Alberto Brambilla, pubblicata su Il Foglio il 18 giugno 2014
Da forma eccezionale di protesta libera dei lavoratori che fu, secondo la concezione originaria dei padri costituenti, lo sciopero si è ridotto a una forma di contestazione anacronistica e inefficace, quando si parla di manifestazioni aziendali, rituale e impopolare, quando si parla di servizi pubblici. Gli “scioperi all’ultimo minuto”, “quelli dell’ultima ora (prima della chiusura)”, quelli “per allungare il weekend” (del venerdì o del lunedì nei trasporti locali) sono per la grande maggioranza riti logori con cui il sindacato “manifesta debolezza, mostrando di non saper dare segni di vita diversi da questo e più producenti”. La pensa così Pietro Ichino, giuslavorista, senatore di Scelta civica, ex Pd. A sollevare la riflessione è il caso dello stabilimento Fiat di Grugliasco dove lunedì la Fiom ha realizzato uno sciopero di un’ora per protestare contro i turni e le condizioni di lavoro concordati tra Fiat e gli altri sindacati firmatari del contratto aziendale (Fiom quindi esclusa) per fare fronte alla crescente richiesta di Maserati lì prodotte. Evento “assolutamente incomprensibile”, ha risposto Fiat con un duro comunicato, in uno stabilimento “che sta creando posti e opportunità di lavoro”, rianimato dopo sette anni di fermo e diventato il perno del rilancio globale di Fiat-Chrysler con la promessa di un miliardo di euro di investimenti da parte dell’ad Sergio Marchionne. Il successo numerico dello sciopero è discusso. Per Fiom avrebbe raggiunto picchi del 30 per cento di adesioni in certi reparti. Per Fiat solo dell’11 per cento, con 11 vetture prodotte in meno. Anche dal punto di vista della Fiom il risultato è “contropruducente”, dice Ichino: tanto che il segretario Maurizio Landini “farà bene a considerare che da esiti come questo viene confermata la debolezza del suo sindacato, intesa come capacità di raccogliere un consenso maggioritario, ma anche come capacità di sintonizzarsi con un nuovo sistema di relazioni industriali non più corrispondente al paradigma anacronistico dell’antagonismo tra imprenditore e lavoratori”. In uno stabilimento dove la Cgil – èra pre-Marchionne – aveva una percentuale bulgara, un sondaggio Fiom della settimana scorsa ha ricevuto solo per il 20 per cento di adesioni (476 su 2.000 schede distribuite) con un lavoratore su tre che si diceva rappresentato anche dalle altre sigle. “Lo sciopero è efficace se dimostra la volontà dei lavoratori di manifestare il proprio consenso con le scelte del sindacato. Negli anni Settanta si scioperava magari solo per un quarto d’ora al fischio del delegato sindacale, e si fermavano tutti: era il segno della forza organizzativa del sindacato, della sua piena presa sui lavoratori”. Perché la conflittualità persiste nonostante un contratto aziendale che, in teoria, dovrebbe ridurla? “Quando si esprime nella forma dello sciopero, la riduzione della conflittualità non è determinata dallo spostamento della contrattazione dal centro alla periferia, ma dalla contesto di piena dall’esposizione dell’impresa alla concorrenza globale”, dice Ichino.
“Soprattutto se le imprese operano in un contesto globale perché i lavoratori percepiscono che se si indebolisce l’azienda si fa un regalo ai competitor – dice Ichino, d’altronde la competizione per Fiat si sente: le immatricolazioni europee sono in ripresa ma a ritmi più contenuti rispetto ai concorrenti – e perciò, a maggiore ragione, nel vedere l’inefficacia di uno sciopero un lavoratore potrebbe i lavoratori tendono dunque a preferire un giorno di paga a uno di protesta inefficace”. Così è andata con lo sciopero mancato di Pasquetta in un ipermercato di La Spezia: i dipendenti hanno lavorato snobbando la chiamata della Cgil, altro caso clamoroso. Ma tra mobilitazioni numericamente esigue e successo discutibile che senso ha lo sciopero nel XXI secolo? “Per i padri costituenti era un’arma estrema, eccezionale. Poi, negli ultimi quarant’anni lo sciopero ha subito una degenerazione – dice Ichino –; è quasi scomparso dal settore manifatturiero per diventare una forma di lotta utilizzata quasi esclusivamente nel terziario, in quello dei servizi e soprattutto nei trasporti. E qui la sua efficacia si esprime non tanto nel produrre un danno al datore di lavoro – il quale anzi trae sovente un vantaggio economico dallo sciopero, vedi le aziende del trasporto pubblico locale che nel giorno di stop non hanno usura dei mezzi né consumo di carburante – quanto nel produrre un danno alla cittadinanza, finalizzato a una pressione sui poteri pubblici”. E’ qui che la protesta ha perso Perdendo il “carattere di eccezionalità”, la protesta ha “assunto frequentemente un carattere marcatamente opportunistico, con il grave issimo difetto di confondere tutti nel gruppo degli scioperanti, tra chi vuole solo approfittare di un weekend lungo e chi invece manifesta reale consenso alle istanze sindacali”. Ciò ha tolto allo sciopero “il valore morale che originariamente aveva e ha isolato il sindacato suscitandogli contro l’ostilità dell’opinione pubblica prevalente”. Com’è stato nel caso dei tagli governativi alla Rai con la retromarcia del sindacato dei giornalisti, l’Usigrai, da una protesta impopolare che ha diviso i confederali (Cgil e Uil intransigenti, Cisl dialogante). Quale altra forma di contestazione allora? “Non ci si deve preoccupare troppo se lo sciopero perde il carattere della ‘normalità sindacale’ che ha assunto negli ultimi decenni, recuperando la natura eccezionale che deve essergli propria”, dice Ichino. “La negoziazione delle condizioni di lavoro deve basarsi sulla ‘madre di tutte le sanzioni’ di cui i lavoratori dispongono: la minaccia di porre la loro professionalità al servizio di altri. Usare il mercato del lavoro minacciando efficacemente non lo sciopero, che distrugge ricchezza e fa danno anche agli scioperanti stessi, ma l’ingaggio di un imprenditore diverso. Nell’economia globalizzata questo è diventato sempre più a portata di mano, quando c’è un sindacato che sa fare il proprio mestiere.
"""""""""""

lunedì 14 aprile 2014

L’AUMENTO DEL LAVORO TEMPORANEO POTREBBE COSTITUIRE UN DATO STRUTTURALE

dal sito del Prof. Pietro Ichino
www.pietroichino.it

NEL 2009 IL CROLLO DEL LAVORO TEMPORANEO HA PREANNUNCIATO LA RECESSIONE, MA A PARTIRE DAL 2010 NEGLI USA ESSO HA AVUTO UN BOOM CHE FORSE SEGNA UN CAMBIAMENTO DURATURO NEL MERCATO DEL LAVORO
Articolo di Damian Paletta pubblicato sul Wall Street Journal il 6 aprile 2014 - La traduzione è di Maria Clavarino

L’economia crea posti di lavoro. Ma quanti sono destinati a durare?
Il settore della fornitura di personale con contratti a breve termine sta vivendo un boom a lungo termine, visto che i lavoratori temporanei rappresentano oltre un decimo di tutta la crescita di posti di lavoro dal 2009, secondo le statistiche pubbliche.
Secondo la società di selezione del personale “CareerBuilder”, in città come Cincinnati e Milwaukee più della metà di tutti i posti di lavoro creati dal 2009 sono di lavoro temporaneo o con contratti a termine. A Stockton, in California, quasi tutti i nuovi posti di lavoro dal 2009 sono posti di lavoro temporaneo.
Le assunzioni di lavoratori temporanei spesso aumentano dopo i cali di profitto, perché le aziende cercano di contenere i costi del lavoro. Ma ora molti esperti del lavoro pensano che il perdurare del ricorso al lavoro temporaneo stia segnando un cambiamento strutturale e duraturo nel mercato del lavoro .
Le statistiche del mese scorso sono state particolarmente significative. L’ economia ha creato 28.500 posti di lavoro nei servizi di supporto temporaneo, che rappresentano il 15 % di tutti i nuovi posti di lavoro in marzo. L’aumento dei posti di lavoro temporanei che si è registrato nell’ultimo anno è stato quasi del 10 %, e costituisce  l’incremento maggiore in tutte le 150 categorie che il Dipartimento del Lavoro ha osservato.
La spinta si deve ad aziende che hanno ridotto le assunzioni durante la recessione e hanno imparato che si può risparmiare sui salari e i benefit, così come se ne può aumentare la flessibilità , utilizzando un minor numero di lavoratori permanenti anche quando l’economia cresce. I progressi della tecnologia, in particolare nel settore della produzione, hanno portato le aziende a ripensare quanti lavoratori a tempo indeterminato hanno bisogno in un momento in cui il ricorso al lavoro temporaneo diventa sempre più a lungo termine.
Tutto questo accade perché in grandi aziende come Wal-Mart Stores Inc. e Amazon.com Inc. l’assunzione di lavoratori temporanei è stata un pilastro fondamentale della struttura aziendale, portando altri a seguirne l’esempio. Più di 2,8 milioni di lavoratori sono stati registrati come lavoratori a termine in marzo, circa il 2,5% della forza lavoro, mentre nel mese di agosto 2009 i lavoratori a termine erano 1,7 milioni.
“Non lo consideriamo un indicatore di un picco nell’economia del nostro settore”, ha detto Jeffrey A. Joerres, amministratore delegato di ManpowerGroup, una delle più grandi aziende di fornitura di lavoro temporaneo del Paese. “Vediamo, piuttosto, il fatto che il nostro settore richiederà più forza lavoro che in passato come  un cambiamento strutturale o epocale”.
Questa consuetudine ha attecchito in profondità nelle aree produttive tradizionali. Quasi il 40% dei posti di lavoro temporanei si trovano attualmente nel settore della produzione, a seguito di un aumento costante per diversi decenni, ha detto Susan Houseman, economista del lavoro presso il WE Upjohn Institute for Employment Research nel Michigan.
La Malone Staffing Solutions, una società del Kentucky che seleziona e assume lavoratori temporanei,  ha un proprio funzionario dislocato all’interno dello stabilimento automobilistico Kia a LaGrange, in Georgia, dove gestisce gran parte del personale. MAU Workforce Solutions sta gestendo gran parte delle assunzioni per lo stabilimento BMW a Greenville, nella Carolina del Sud.
“E’ una questione di domanda e offerta”, ha detto Jennifer Little, responsabile dei servizi di collocamento nello Spartanburg Community College, che lunedì ospiterà una fiera del lavoro temporaneo per i posti in BMW offerti da MAU. “I datori di lavoro lo vedono come un modo rapido per poter facilmente ridurre le dimensioni senza un impatto sul loro nucleo di personale”.
Per quanto riguarda i lavoratori, i lavori temporanei hanno sempre fornito a chi è in cerca di lavoro un percorso di esperienza e del guadagno extra durante la ricerca di una posizione con una migliore retribuzione, maggiori benefit e la garanzia di un lavoro a lungo termine.
Ma per dimostrare quanto breve possa essere la durata di questi lavori, ad un certo punto l’anno scorso circa 11 milioni di persone avevano una posizione temporanea, ma attualmente solo 2,8 milioni di persone ne hanno una attualmente, secondo una stima dell’American Staffing Association.
La prevalenza di posti di lavoro temporanei crea problema per le persone in cerca di lavoro. La retribuzione media settimanale dei posti di lavoro temporanei, 554 dollari , è un terzo in meno rispetto alla retribuzione media percepita nella totalità dei posti di lavoro, secondo il Bureau of Labor Statistics. E per i posti di lavoro temporanei l’aumento degli stipendi è stato più lento che per gli altri lavori.
Eppure, ci sono lavoratori per cui, come per Nandini Balial, lavorare con un posto di  lavoro temporaneo è certamente meglio che non lavorare. Ha ventitré anni e  concluderà gli studi alla New York University a maggio con una laurea in studi cinematografici, e passa da un contratto temporaneo all’altro mentre cerca un lavoro a tempo pieno in televisione. Attualmente sta lavorando part-time e con un lavoro temporaneo, occupandosi di ricerche per una società, ma ha detto che a questo punto sarebbe disposta ad accettare “qualsiasi lavoro che richieda un cervello e mani e piedi che funzionano”.
“Sto lì un sacco di tempo a rimproverarmi perché non ho un lavoro permanente  a tempo pieno” ha detto, aggiungendo che spesso deve decidere quali conti pagare e di quali rinviare il pagamento.
I discorsi su un’economia permanentemente basata sul lavoro temporaneo vennero alla ribalta più di un decennio fa, per poi venire meno quando il tasso di disoccupazione scese a metà degli anni 2000 e i lavoratori acquisirono più potere. Ma visto che prevalgono le previsioni di un mercato del lavoro che resterà debole ancora per diversi anni, e visto che i produttori ed anche altri sono sempre più a proprio agio con la flessibilità che offre una forza lavoro temporanea, la tendenza probabilmente continuerà.
“Da che cosa è guidato questo fenomeno?” ha detto Jim Link, direttore del personale di Randstad Nord America, una grande azienda di risorse umane. “Dalla lezione di una dura  recessione”.
Quando si tratta di assumere, ha detto, i datori di lavoro sono riluttanti ad investire “nello stesso modo in cui lo erano prima della recessione”. 

venerdì 10 gennaio 2014

LA POSIZIONE DELL'AGL SUL JOBS ACT DI RENZI

Abbiamo letto con interesse il documento elaborato dalla nuova Segreteria del PD e, nello spirito fatto proprio da chi l'ha redatto, forniamo anche noi un parere franco e spassionato.
Il metodo, per carità, è, politicamente più che corretto. Ma non ci sembra opportuno e spieghiamo perchè. E' dal 2012 che Renzi, allora facendo proprio il frutto del lavoro di anni del Prof. Ichino, aveva detto chiaramente quale fosse la sua proposta di riforma del lavoro. Chi l'ha votato nelle primarie lo ha fatto essendo a conoscenza di quelle proposte. Ora, che ha realizzato quanto sognato, ossia che si è preso il PD con una schiacciante maggioranza del 70% di consensi su una platea di 3 milioni e passa di votanti, dopo peraltro aver picchiato duro contro la linea conservatrice della CGIL e strizzando l'occhio al primo Marchionne, non può improvvisamente divenire incomprensibilmente così cauto e prudente. Doveva imporre, o tentare di imporre, così come sta facendo su altre importanti questioni, al governo Letta, a una maggioranza e a un Parlamento impotenti e delegittimati una sorta di diktat: la riforma del lavoro entro non 8 ma 1 o 2 mesi. Perchè è il lavoro l'emergenza italiana n. 1, quello il problema che potrebbe a breve mettere in discussione la democrazia nel nostro Paese. E invece no. Nonostante l'appoggio entusiastico di Bonanni (certo, non indicativo, poiché la CISL dà ragione al più forte indipendentemente da chi sia e dal suo colore politico) e dell'Europa, Matteo su questa riforma sembra aver grandi timori. Forse perchè ricorda la reazione della CGIL di Cofferati al tentativo di riforma del governo Berlusconi? Chissà... Tony Blair (per richiamare una figura in queste settimane oggetto di un accostamento da parte della stampa americana) se ne sarebbe fregato degli ostruzionismi o degli avvertimenti del più forte dei sindacati. O delle stoccate prolettiane dell'ex presidente dell'Istat diventato, chissà perchè proprio lui, inopinatamente, Ministro del Lavoro. Oltre a un “Fassina chi?” ci saremmo aspettati in questi giorni da Renzi anche un “Giovannini chi?” e certo eventuali dimissioni non avrebbero sconvolto il mondo del lavoro, anzi... (chiedere a Squinzi per averne conferma). Sacrosanta ma incompleta l'affermazione in base alla quale i posti di lavoro vengono creati dagli imprenditori ma non dalle leggi. Incompleta perchè avrebbe dovuto precisare che le leggi sono il frutto del lavoro della politica e se le leggi fossero totalmente ininfluenti non si comprenderebbe allora la ragione dell'esistenza di Renzi e del Jobs Act che propone. Ma soprattutto che (e qui volevamo più chiarezza nei confronti della Cgil) non è più tempo (nè ci sono risorse) per campagne di creazione di posti di lavoro pubblici in emergenza, tanto meno nella Pubblica Amministrazione, come si fece nel 1978, per fungere da valvola di sfogo delle tensioni sociali. E (nei confronti della Fiom) che è vero che vi sarebbe necessità di assunzioni per lavori socialmente utili (risanamento del territorio, messa in sicurezza delle scuole, ecologia, energia, ecc.) ma è impossibile che ciò possa realizzarsi né con assunzioni statali né dirottando fondi da destinazioni (Tav, grandi opere, armamenti, ecc.) per le quali si decise anni fa, impossibili ormai da recuperare e che creerebbero per lo Stato più oneri che benefici immediati. E poi che la crescita, la sola che, pur con un gap temporale di circa un anno, potrà far creare alle aziende posti di lavoro, richiede scelte precise e non più rinviabili: l'aumento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti con la riduzione del cuneo fiscale non a carico dei contribuenti ma della parte improduttiva della PA, in modo che gli stessi possano acquistare, nel mercato interno, i beni da essi prodotti e l'unica operazione che a breve possa attirare gli investimenti necessari (quali imprese italiane infatti secondo la Fiom potrebbero fare altrettanto, con questa crisi, tenuto conto che lo stesso Marchionne ha fatto pagare alla Chrysler l'acquisto delle azioni con cui Fiat ha assunto il controllo di quella casa automobilistica?): rendere attraente l'Italia per gli investimenti stranieri attraverso l'introduzione di ampie zone franche fiscali a burocrazia zero (Renzi parla degli investimenti stranieri nel documento ma ponendo l'accento sulla semplificazione più che sull'aspetto fiscale). A spese di una PA che ormai procura danni a tutti per il solo fatto di esistere, andando contro e infrangendo qualsiasi regola imposta dall'Europa che si frapponga a questa liberazione di risorse e opportunità. Più che di visione per i prossimi anni e di piccoli interventi per i prossimi mesi, avremmo preferito che Renzi parlasse di New Deal, di politiche di settore (più avanti, è vero, si parla di politiche industriali ma senza anticiparne le direttrici e quindi le scelte conseguenti , soprattutto relativamente al manifatturiero, esempio Fiat, Ilva, ecc.) e di interventi shock. Non vorremmo che questa prudenza derivi da segnali già ricevuti da qualcuna delle lobby che si dice manovrino trasversalmente tutte le forze politiche. Sarebbe gravissimo e sconfortante. Ci sembra poi riduttivo, nel momento in cui si evoca la globalizzazione come scenario da considerare comunque ancora positivamente, aver implicitamente liquidato una questione (in Italia cara tradizionalmente solo alla Lega Nord) , quella di una versione riveduta e corretta ma attuale dei dazi o, più complessivamente, di una migliore gestione dei rapporti commerciali nei confronti di realtà che rischiano entro breve di far appassire qualsiasi nuova velleità di rafforzare lanostra bilancia commerciale. Vi assicuriamo che negli Usa e in quei Paesi che già stanno assaporando la ripresa è una questione tutt'altro che superata o messa in soffitta. Pensavamo poi che Renzi (altre figure di statisti che hanno fatto la storia non avrebbero perso questa occasione e non si sarebbero fermati per paura delle rampogne di Grillo o di Repubblica) avesse innovato andando oltre la trita e ritrita polemica su una fantomatica classe dirigente responsabile di ogni male italiano. Lui e il suo gruppo ne fanno parte, certo criticamente, da anni, ma da decenni stiamo aspettando qualcuno, in politica , che abbia il coraggio di rimproverare anche l'italiano medio dei suoi comportamenti più inaccettabili. Il leader deve essere anche, a volte, ruvido e impopolare nel dire in faccia a chi vuol governare quali sono i difetti da eliminare (la mancanza diffusa di senso civico e di spirito di squadra, l'opportunismo, il qualunquismo, il mito della furbizia e dell'illegalità, i pregiudizi territoriali e razziali, la tendenza ad evadere il fisco, il malcostume della raccomandazione, ecc). E questo Renzi, l'ennesimo piacione di turno, non sembra volerlo fare, per ora. Fermare l'emorragia dei posti di lavoro: anche questa una formulazione ambigua. Delle due l'una: o vuoi che comunque i lavoratori permangano il più possibile in azienda (e allora riduzione dell'orario di lavoro, CIG non più in deroga pagata dalla collettività ma CIGO pagata da lavoratori e aziende- tutti e non solo da alcuni come ora- , riduzione e non aumento dell'età pensionabile, contratti di solidarietà, ecc.) ma c'è il rischio dell'illusione, dell'assistenzialismo e di mantenere in vita imprese non più sul mercato Oppure (alla Grillo) pensare non più a salvare posti di lavoro morti ma a salvare le persone con il reddito minimo garantito (anche oltre l'ASPI che già è un sistema di copertura universale per chi perde il lavoro ma non per chi non lo ha mai avuto). O l'una o l'altra. Come già tanti hanno osservato le risorse sono limitate e non è possibile seguire contemporaneamente entrambe le strade. E c'è poco tempo (settimane) perchè le aziende chiudono, le CIG in deroga stanno finendo e i senza reddito non potranno essere mantenuti in eterno dai parenti pensionati. Matteo, lascia perdere i tavoli quindi e decidi subito quali scelte imporre a Letta!L'AGL, lo ricordiamo, è per l'abbandono della CIG in deroga e per dirottare tutte le risorse sul reddito minimo garantito.
Per carità, siamo d'accordo sulla riforma della politica e sul suo valore simbolico, ben vengano i buoni esempi e i risparmi ma qui stiamo parlando di economia, non di etica. La parte marcia della politica trova (e troverà) una sua corrispondenza in una parte marcia dell'elettorato che l'ha eletta e continuerà a sostenerla per anni (nonostante i rottamatori). Un giorno faremo definitivamente i conti ma ora bisogna concentrarsi sul destino della parte sana del Paese.
Altro tabù viene in mente quando si legge il passaggio del documento renziano sulla riduzione del costo dell'energia per le imprese. E' il brano che ha suscitato, nei primi commenti, il maggiore scetticismo. Perchè non si sa dove Renzi pensi di trovare le risorse ma anche per l'inutilità dell'operato di ogni e qualsiasi Autorità di garanzia in un paese per certi versi ancora medievale (per queste cose) come l'Italia. Avremmo gradito un ruggito di Renzi, che l'avrebbe reso ancor più popolare su prezzi e tariffe dei servizi per la popolazione, annoso imbroglio italiano oltre che intollerabile fardello per le masse popolari e per il ceto medio.
E poi perchè , là dove si evidenzia il deficit di competitività dell'Italia nell'attirare investimenti, nulla si dice della degenerazione del ruolo delle banche nel nostro Paese?
Ecco: l'assenza di riferimenti alle banche, in questo Jobs Act è fragorosa. Quando sono proprio le banche , frenando gli effetti di ogni possibile iniezione di liquidità nel sistema, ad essere le massime responsabili del ritardo di una eventuale ripresa e quindi della creazione, indotta, di nuovi posti di lavoro.
Per arrivare a una riduzione dell'IRAP del 10% e a una non quantificata riduzione del cuneo fiscale si ipotizza un aumento dell'imposizione di “chi si muove in ambito finanziario”. Espressione troppo generica. Ci saremmo aspettati una distinzione e relative scelte di intervento tra transazioni e speculazioni e una risposta a chi da una parte (come noi ) si è sempre opposto alla Tobin Tax e a chi invece, essendo favorevole e convinto di essa, lamenta uno svuotamento di essa da parte di lobby finanziarie. Anche qui, come per le banche, la materia sembra minata e pericolosa anche per il leader politico italiano attualmente più forte in circolazione. Alla luce di ciò che garanzia può fornire la politica ai cittadini di possedere davvero la forza per imporre un cambiamento?
Quanto alla promessa di vincolare i risparmi di spesa alla riduzione del cuneo fiscale:ma già l'attuale governo non doveva attuare un impegno del genere? Perchè Renzi (indipendentemente dal fatto che la testa di Saccomanni debba o no cadere) non quantifica subito e si impegna a una immediata destinazione a tale scopo delle somme già risparmiate e dirottate altrove?Cioè diremmo renzianamente: che credibilità può avere chi si impegna a fare qualcosa che, se voleva, già avrebbe realizzato? Facendo un passo indietro, la stessa osservazione vale per le riforme della politica: ci risulta che attuali parlamentari renziani (che tali per ora rimarranno fino al 2018) poi in concreto abbiano votato in direzione opposta a quelle riforme. Solo perchè il leader ancora non era stato investito della carica di Segretario?Ma il parlamentare è o non è eletto senza vincolo di mandato? E quella della riforma della politica è o non è un'emergenza?
Sull'agenda digitale sarebbe bene che Renzi lasciasse perdere le citazioni liturgiche e si renda conto di quale è la condizione delle reti informatiche in Italia. E' inammissibile che lo Stato consenta a Aziende che fatturano cifre enormi di tenere in queste condizioni (pensiamo alla velocità) i cittadini che pagano l'ira di Dio per un servizio scadente persino in città come Milano. Innovazione vera sarebbe Internet libero e gratuito per tutti. Anche per l'incremento dell'occupazione. Pienamente d'accordo sui dirigenti pubblici a tempo determinato. Come noto, noi siamo per lo Spoils System, per il ridimensionamento degli stipendi dei dirigenti e perchè i concorsi accertino anche le reali capacità pratiche dei candidati, indipendentemente dal titolo di studio (come già scritto in precedenza, anche un non laureato dovrebbe avere la possibilità di poter concorrere).
Il dirigente non deve essere indipendente ma dipendente dal potere politico che però venga eletto con meccanismi che assicurino una reale democraticità. Altre soluzioni (autogoverno, sostanziale inamovibilità, ecc.) sono inadeguate a fronteggiare l'esigenza dell'oggi: una burocrazia non autoreferenziale e più potente della politica ma al servizio dei cittadini e della legalità. Stato e Banche: lì è da ricercare l'origine dei mali italiani, là occorre affondare il bisturi, altrimenti ogni riforma sarà vanificata.
Dei piani industriali di settore già abbiamo accennato: che idea Renzi abbia della questione Fiat e dell'Ilva, che prospettive ritiene abbiano i settori maturi in chiave occupazionale è ancora difficile capirlo. E' noto che noi dell'AGL siamo convinti che alla Fiat occorra smettere di dare agevolazioni e consentire a concorrenti stranieri di poterla sostituire in Italia se Marchionne ritiene di trasferirsi definitivamente a Detroit. Che l'Ilva venga risanata , dal punto di vista dell'ambiente,a spese della famiglia Riva (la quale si faccia anche carico del costo degli ammortizzatori sociali) , che venga espropriata e riconvertita in quanto secondo noi l'industria siderurgica in Italia (che per vocazione dovrà essere la Florida d'Europa) non ha futuro.
Anche sul Nuovo Welfare il quadro ci sembra un po' confuso. Semplificazione per noi vuol dire riunificazione delle attuali competenze in materia di politiche attive e passive del lavoro, oggi sparse tra Ministero e Regioni. E poi capire se questo Ministero del Lavoro ha ancora giustificazione di esistere. In particolare, su ispezioni del lavoro e sicurezza sembra non avere più voglia di fare nulla e quindi proporremmo il passaggio delle sue funzioni a rami della Pubblica Amministrazione un po' più motivati e, soprattutto, con una storia di reclutamento del personale un po' più moderna , come ad esempio il Ministero dello Sviluppo Economico (evitiamo quindi la creazione dell'ennesimo carrozzone come sarebbe senz'altro l'Agenzia Unica Federale).
Ha ragione Ichino: 8 mesi per un nuovo codice del lavoro sono troppi. Su questo Renzi ci ha un po' deluso, pensavamo che l'avesse già pronto.Chi ha già perso il lavoro o lo perderà in questi otto mesi cosa mangerà?Pezzi del tavolo di trattativa tra governo e parti sociali?
Quanto al contenuto, l'AGL ritiene che il contratto debba essere unico e che la tutela reale vada non ridotta ma estesa a tutti i lavoratori senza eccezioni. Quindi art. 18 per tutti e rapidità nella definizione delle controversie di lavoro tramite il ricorso obbligatorio a un collegio di conciliazione e arbitrato sotto l'egida pubblica. Chi viene licenziato e l'azienda che licenzia hanno il diritto di avere una risposta definitiva da un organismo terzo e imparziale entro qualche settimana. Basta con un sistema giudiziario che storicamente ha dimostrato, nel capo lavoristico, di non poter funzionare.Se è necessario cambiare la Costituzione anche su questo, lo si faccia il prima possibile.
Sulla formazione professionale è importante che si guardi al risultato. Occorre che siano finanziati da denaro pubblico solo quelle iniziative per cui sia dimostrabile che i partecipanti abbiano trovato effettivamente lavoro.
Anche a noi non piace l'esaltazione e il rilievo dato alla necessità che le esigenze delle imprese vengano poste in rilievo in relazione alle scelte da compiere. Purtroppo sarà così finchè non si individueranno alternative non fallimentari al capitalismo. Se ne facciano una ragione coloro che se ne scandalizzano ma non si chiedono come mai chi propugna altre soluzioni da tempo non riesce a superare lo sbarramento elettorale del 4%.
Siamo d'accordo, lo abbiamo già detto più volte, sulla legge per la rappresentatività. Ci dispiace che il Prof. Ichino non colga l'elemento di prevaricazione insito nei due accordi interconfederali che hanno messo mano in questa materia che, al contrario di quanto dice Bonanni NON è materia di esclusiva pertinenza delle parti sociali. Se non altro perchè non è stato mai inequivocabilmente stabilito, tramite il voto, l'effettivo peso a livello nazionale di ogni sigla. Aggiungiamo che indipendentemente dai risultati di eventuali votazioni va comunque garantito un diritto di controllo e di tribuna da parte di sigle sindacali minoritarie o di recente costituzione. Più garanzie, più partecipazione, più coinvolgimento dei lavoratori. Nelle trattative sindacali e perchè no, nei CDA delle Aziende, purchè non si crei una aristocrazia operaia che venga strumentalizzata dagli imprenditori contro l'interesse della generalità dei lavoratori. Altro argomento su cui ci aspettavamo infine una presa di posizione di Renzi è quello pensionistico. Va ridotta , appena possibile, l'età pensionabile ma soprattutto va tolto ogni sostegno e smantellato ogni meccanismo di adesione coatta ai fondi pensionistici complementari, rivelatisi un autentico imbroglio per i lavoratori.

AGL Alleanza Generale del Lavoro

domenica 17 febbraio 2013

LAVORO: PARTITA DAL PORTO FORNERO, UNA ZATTERA ALLA DERIVA NELLA NOTTE GALLEGGIA SULLA PALUDE DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI. I TRE MAGGIORI SCHIERAMENTI DISCORDI SUL DOPO ELEZIONI.

E' di pochi giorni fa l'ultimo richiamo dell'OCSE che come al solito, all'italiana, verrà letto dagli interessati, in più maniere tra loro contraddittorie. Dice l'OCSE che più che il posto, va protetto il reddito del lavoratore. Ma i soldi per farlo, in Italia, ci saranno?Le leggi, infatti, come noto, non producono di per sé nuove risorse.Anzi, per raggiungere l'obbiettivo spesso ne richiedono di nuove. Sempre OCSE sostiene che ciò influirebbe sulla migliore dislocazione della forza lavoro. Ma già qui emerge una divergenza di impostazione tra una Europa liberista, che ipotizza un processo di causa -effetto spontaneo e una visione italiana statalista e dirigista che unanimemente ritiene che questi processi vadano guidati da politiche attive del lavoro (per la verità solo nell'ultimissima comunicazione l'OCSE ne fa cenno, senza troppa convinzione) , mai realmente fatte in decenni nonostante le decine di migliaia di dipendenti pubblici impegnati nelle relative amministrazioni di cui non si vuole ammettere , per motivi clientelari, l'inutilità. Sarà dura realizzare la flessibilità in entrata e uscita richiesta dall'OCSE quando la mentalità prevalente è quella che l'una e l'altra parte , nelle due fasi, debbano essere più brave a fregare la controparte che a rispettare regole di correttezza e civiltà. Tutto un altro mondo, quindi. In ogni caso in Italia, prima del 2017 un sistema universale di protezione sociale per chi perde il lavoro non sarà realizzabile e quindi su questo, per il momento, a meno che non siano scoperti pozzi di petrolio in Via Flavia, è meglio mettersi l'anima in pace e proseguire coi vecchi ammortizzatori. Già il Fondo Monetario Internazionale aveva cominciato a snocciolare questo libro dei sogni: riforma della giustizia, riforma tributaria, riforma della scuola e dell'università, no ai condoni, ridurre il cuneo fiscale,liberalizzazioni, privatizzazioni, ecc. Con un po' di ritardo forse: qualcuno dovrebbe spiegare all'OCSE che in Italia le tasse universitarie è inutile aumentarle ancora visto che ormai gli studenti stanno abbandonando le facoltà sia per i già alti costi sia per l'inutilità della laurea nell'attuale mercato del lavoro. E con troppa prudenza, visto che lascia la porta aperta e quindi ammette una modulazione temporale degli interventi in tutti i settori di cui si propone la riforma compatibilmente con le esigenze di bilancio. Quindi se ne parlerà tra anni. Per cui: parole al vento. Nel frattempo la riforma Fornero si delinea (lo dicono gli imprenditori e non stranamente quei partiti che dicono di voler rappresentare il lavoro dipendente, il più colpito dal capolavoro della professoressa torinese) come un disastro epocale. . Ha aggravato i costi nell'utilizzo di apprendistato e lavoro a termine, ha concorso alla perdita di ulteriori 320 mila posti di lavoro e a un tasso di disoccupazione, specie giovanile, che da tempo non si riscontrava. Le aziende fanno sempre meno contratti, soffocate da burocrazia asfissiante e oneri inutili. Il contratto di apprendistato è affondato per l'aumento della contribuzione, per il vincolo di stabilizzazione e, per la verità, anche per i ritardi delle Regioni. Analoghe disavventure per il contratto a tempo determinato, grazie all'aumento della contribuzione, non riequilibrato dal premio di stabilizzazione e dalla possibilità di omettere il “causalone”.La reputazione delle collaborazioni e delle partite IVA era da tempo segnata (per la intrinseca pericolosità) da parte delle aziende, il contratto di inserimento è stato abrogato,le agevolazioni alle assunzioni femminili sono al palo per la solita non immediata attuabilità delle leggi italiane (da definire ancora territori e tipi di impiego). Poiché è aumentato il contributo per l'ASPI è diventato più costoso licenziare quindi si preferisce addirittura non assumere. Nè tanto meno le aziende sono propense a versare i contributi relativi ai fondi di solidarietà bilaterale e residuale.
Un capolavoro quindi cui oltre alla Fornero ha sicuramente concorso l'elite amministrativa del Ministero del Lavoro che ha fornito la propria preziosa consulenza tecnica a supporto del Ministro. Anche l'Italia pertanto possiede le sue armi di distruzione di massa. Come rimediare? Qui la confusione rischia di accentuarsi. Il PD è per una modifica della riforma, il PDL per abolirla, Monti (cioè Ichino) per sperimentare nuove soluzioni. Molto dipenderà da chi ricoprirà il posto di Ministro del Lavoro e dalle spinte che verranno, su un tema tanto sensibile, dalla sinistra estrema, dalla lega, dai grillini e, ovviamente, dalle associazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro.
Dalla lettura delle varie posizioni in campo alcune osservazioni sono d'obbligo.
Il PD appare eccessivamente attardato in una visione ingegneristica del diritto del lavoro. L'impressione è che abbia difficoltà ad elaborare un modello coerente e compiuto e, probabilmente, sia intenzionato in futuro ad appaltare alla CGIL e alla Camusso , volta a volta, l'elaborazione di proposte da far proprie come governo in cambio di una pace sociale (e qui non sembra lecito attendersi uno scavalcamento da parte di CISL, UIL e UGL). Da un punto di vista tecnico è prevedibile che si ripropongano gli stessi errori compiuti quando si riformò la materia del lavoro pubblico. Un groviglio di circolari, decreti attuativi, protocolli di intesa che rischia di far diventare il diritto del lavoro italiano ancor più giungla di come lo sia attualmente. Unico sollievo: forse per un bel po' di tempo ci verrà risparmiata l'inutile polemica sull'articolo 18 (forse l'argomento che alle aziende interessa di meno, in quanto non a tutti è noto che le aziende non vogliono licenziare ma crescere, produrre e assumere alle condizioni più favorevoli possibili). Il PD non si occuperà di pensioni (non smetterà mai di ringraziare la Fornero per averci lavorato sopra sporcandosi fino al collo) se non per sanare la vicenda esodati effettivamente imbarazzante per l'elettorato di riferimento L'art. 8 di Sacconi per il PD è come l'alieno di Roswell di cui si debba fare l'autopsia: ancora non ha capito da dove cominciare,se la contrattazione aziendale è un rischio o un opportunità: poco male: saranno gatte da pelare per la CGIL....
L'uomo di punta per la Lista Monti è Ichino, uscito sconfitto anche lui dalle primarie del PD. Ovvio che per questo motivo e per la sua scelta di cambiare schieramento, nonché per una vecchia ruggine tra lui e l'Amministrazione del Lavoro, sarà difficile che la sua proposta possa essere influente, quanto meno nella prima parte della legislatura. Il professore è divenuto molto più prudente (il tritacarne in cui si è ficcata la Fornero ha spaventato molti studiosi) e pone l'accento sull'aspetto sperimentale della propria proposta perchè neppure lui sa se possa davvero funzionare nel caos del mondo del lavoro in Italia. Diversi sono i punti deboli della proposta. In sintesi:le imprese sono stanche di esperimenti: vogliono lavorare e in sicurezza, altrimenti vanno all'estero. Il rapporto di lavoro a tempo indeterminato (illusorio) rischia più di essere un dogma che una realtà. Forse è bene che si elaborino modelli alternativi in cui tutti, senza privilegi, possano cambiare lavoro nella vita in piena sicurezza. Il precariato non è sgradevole tanto per la durata determinata ma per essere sfruttamento sottopagato e ricattato. Più che la durata, qui il tema è la dignità delle condizioni di lavoro e la sufficienza della retribuzione. Quindi secondo noi, anche da parte di Ichino c'è un evidente ritardo interpretativo. Di ridurre il cuneo fiscale Ichino sa meglio di noi che non è aria, almeno finchè i costi della PA saranno a questi livelli. Ichino poi dovrebbe sapere che l'Outplacement in Italia il soggetto pubblico non sa farlo e quindi non sarebbe gratuito. E delude quando scomunica l'art. 8 di Sacconi in nome del totem CCNL. Ci saremmo aspettati un po' più di coraggio nel valorizzare la contrattazione aziendale, l'unica che può sparigliare il pluridecennale immobilismo dell'assetto sindacale italiano.
Quanto al PDL pesa su questo schieramento l'eredità della gestione Sacconi cui non si può non pensare in relazione alla credibilità delle intenzioni di modificare realmente, questa volta, il mercato del lavoro. Certo, non si può negare che la scelta sia chiara (abolire la riforma Fornero e tornare alla Legge Biagi) e che il quadro ideologico sia coerente. Il punto debole è nella dimostrata incapacità, in questi anni, di quella parte, di saper unire e non dividere il mondo del lavoro su una prospettiva condivisa. E in Italia la riforma del Lavoro o la si fa tutti assieme o non la si fa. Anche in questo caso, come per Ichino, il contrasto tra tempo indeterminato e precariato è posto in maniera non corretta e fuorviante, in maniera cioè poco moderna. Ovviamente la validità dell'art. 8 di Sacconi è ribadita ma ci sarebbe più piaciuta una netta presa di distanze da visioni dello stesso penalizzanti per le condizioni dei lavoratori. Bene abbattere il totem del CCNL ma per migliorare le condizioni di imprese e lavoratori , non per peggiorarle perchè non è così che l'economia cresce. Quanto al tema della liberazione del lavoro dai vincoli fiscali e burocratici, lo stesso è convincente come sempre ma in realtà è rimasto in questi anni una mera utopia nonostante le responsabilità di governo ricoperte.
In conclusione auguriamo a tutte le forze politiche, dopo le elezioni, di riuscire a realizzare qualcosa di buono e costruttivo per tutti i lavoratori italiani. Ne sentiamo veramente il bisogno.

sabato 12 gennaio 2013

LA CGIL ANCORA AL BUIO, PURTROPPO

Vorremmo premettere che nessuno si sogna di mancare di rispetto alla CGIL e ai suoi iscritti. Sia per la storia di quella Confederazione (che, come si suol dire, ha contribuito a innalzare il livello di civiltà nel mondo del lavoro e nella società del nostro Paese) sia per il gran numero di aderenti (milioni di lavoratori e pensionati) ad essa.
Certo che tuttavia leggere determinate dichiarazioni da parte del leader del maggior sindacato italiano suscita sconforto, poichè, oggettivamente, è il segno che ci fa comprendere come tanti lavoratori siano tenuti bloccati su posizioni di retroguardia e senza speranza di mutamento della realtà. Per farla breve, da una parte si lamenta la mancanza di un progetto complessivo per il lavoro che sia fatto proprio da un futuro governo che abbia un grande consenso, dall'altra , la storia di questi ultimi vent'anni ce lo dice, poco ha fatto la CGIL per farne affermare uno (ammesso che l'avesse) limitandosi a calibrare l'arma dello sciopero a seconda delle tendenze politiche del governo di turno e a osservare l'esito dei tentativi operati, individualmente, dai vari ministri del lavoro (e dai rispettivi studiosi di riferimento) quando questi appartenevano a compagini governative più gradite. Tipico esempio: l'accusa a Biagi di aver introdotto il precariato in Italia quando questo storicamente è stato avallato per primo dal ministro Treu.E, per arrivare ai giorni nostri, valga , per riaffermare la confusione di idee che regna da quelle parti, ricordare le vicende del Prof. Ichino, dapprima valorizzato come unico studioso capace di superare in positivo i limiti della legge Biagi, rifacendosi alle più moderne correnti di pensiero europee, poi passato alla minoranza del più grande partito del centro sinistra, ora addirittura arruolato da Monti. La CGIL cioè assomiglia sempre di più a quella grande squadra che sogna di rivincere lo scudetto ma fa poco o nulla per fermare la fuga dei grandi giocatori che possiede, dovendo quindi dare spazio alle seconde scelte, non all'altezza.Poichè negli ultimi vent'anni la parte politica della Camusso (apertamente dichiarata in TV dalla stessa) ha anch'essa governato per anni, ci saremmo aspettati una elencazione più specifica dei contenuti che andrebbero ripresi e rafforzati e di quelli da accantonare una volta per tutte. E invece si rimane nel vago, evocando i grandi piani del lavoro degli anni settanta (in realtà grandi infornate clientelari in posti pubblici per cercare di strappare i giovani dalla disoccupazione di massa e dalle tentazioni violente) o, lontanamente, la pianificazione dei paesi del socialismo reale di qualche decennio addietro.
La dimostrazione di come quel sindacato sia veramente in una fase ideologicamente recessiva sta poi nella posizione in base alla quale la CGIL sarebbe contraria alla proposta di Juncker del salario minimo garantito europeo in quanto la stessa significherebbe la fine del contratto collettivo nazionale di lavoro e avere, al massimo, la contrattazione di secondo livello.
Vogliamo essere maligni: ma forse non è che la CGIL anteponga il proprio benessere e la propria sopravvivenza (trattenute sindacali, contributi di assistenza contrattuale, per enti bilaterali, fondi pensione, fondi sanitari integrativi, caf, patronati, ecc) a quello dei cittadini (lavoratori ed ex , con o senza pensione) e delle loro famiglie? E che per tutelare sè stessa faccia finta di dimenticare fenomeni quali il lavoro nero, il precariato, lo sfruttamento (là dove i CCNL sono, da anni, delle pure e patetiche dichiarazioni di intenti) e la perdita di competitività delle imprese, le uniche che potrebbero creare lavoro vero e non assistito o , peggio, clientelare?