Confederazione Sindacale A.G.L. Alleanza Generale del Lavoro
lunedì 31 dicembre 2012
sabato 29 dicembre 2012
CONTRO I SINDACATI CORPORATIVI DEI DIRIGENTI STATALI SIAMO DALLA PARTE DI GIAVAZZI,ALESINA E DI COLORO CHE, SE DIRIGENTI, SERVANO IL PAESE E NON SE' STESSI E I LORO PADRINI
Levata di scudi dei sindacati
corporativi della dirigenza statale contro l'articolo di Giavazzi e
Alesina intitolato: “I distruttori delle riforme”
Per chi non ricordasse, clicchi sul
seguente link:
Si esordisce con banalità belle e
buone, dichiarando di rappresentare la dirigenza che vuole le
riforme. Ma tutti in Italia vogliono le riforme. Solo con un piccolo
particolare: che nessuno precisa quali siano le riforme che si
vogliono, quindi è sottinteso che, dato che nel mondo del lavoro
nessuno è masochista, il criterio sia quello “purchè non vengano
lesi i nostri interessi” (e questi, invece, ogni categoria sa
benissimo quali siano).Altra ipocrisia, quella di presumere che la
dirigenza sia abituata a rispettare le leggi, quando è ormai
comunemente acquisita la convinzione che in Italia (Giovanni
Giolitti) “Per i cittadini le leggi si applicano, per gli amici si
interpretano, per alcuni si eludono “. E poiché il politico si
occupa di politica e di farle, le leggi, e l'impiegato dipende dal
dirigente, ormai dovrebbe essere scontato che sia quella del
dirigente la figura più rilevante di quella delicata fase.
Che certa dirigenza non voglia essere
eletta, lo sapevamo. Ovvio: per non dover rendere conto a nessuno dei
propri abusi . Ma nessuno ha mai chiesto questo (l'elettività). Quel
che si pretende è che la dirigenza faccia funzionare lo Stato al
meglio, coordinandosi e non remando contro dei politici che siano
eletti dal popolo.Se il dirigente, come avviene ora, ha la libertà
di ostacolare l'esplicarsi della volontà popolare è come se si
inserisse della sabbia in un motore. Se la maggioranza
dell'elettorato dà fiducia a una determinata coalizione è giusto
che alla stessa venga messa a disposizione la macchina migliore
possibile, scegliendosene gli uomini che la compongono, in modo da
non avere alibi in caso di fallimento, pagando l'incapacità con la
mancata rielezione.E se un dirigente dimostra capacità e
applicazione in un quinquennio perchè non potrebbe vedersi
riconfermato nell'incarico? Quale politico, anche di parte avversa,
avrebbe interesse a non farlo? Questa storia poi che i dirigenti non
possano operare perchè i politici non sanno fare le leggi non la
beve più nessuno.Tutti sanno ad esempio che la Fornero ha toppato
sulla vicenda esodati non perchè era con la testa fra le nuvole ma
perchè tradita dai dirigenti del suo Ministero cui aveva affidato,
giustamente, l'elaborazione della riforma dal punto di vista
tecnico.Chi ha pagato per questo svarione che ha rovinato la vita a
migliaia di persone? Ancora stiamo aspettando che in quel Dicastero
qualcuno venga avvicendato da gente più preparata colpevole solo di
non far parte di cordate di padrini presenti e passati (ma ancora
presenti...).Potremmo fare decine di altri esempi come questo.Lo
Spoils System istituzionalizzerebbe questa sana pulizia periodica,
liberando la PA da dirigenti incapaci che tolgono lavoro ad altri
dirigenti più preparati e bravi.Quelli che “adattano” le
proposte di efficientamento della PA non sono i politici i quali
vanno e vengono e spesso non sanno neppure come è fatta
l'amministrazione di cui vengono nominati ministri (tanto sanno che
stando così le cose, sarebbe fatica sprecata cercare di apprendere e
quindi si affidano al capo di gabinetto o a referenti interni magari
conosciuti in passato) ma i padrini, quelli che vogliono mantenere i
posti inutili per gli amici incapaci o peggio.
Altra perla è quella di rivendicare
maggiore attendibilità per il solo fatto di essere riusciti a essere
ricompresi nelle OO.SS. Rappresentative in alcune aree della
dirigenza.Ma come? Non avevamo detto che la dirigenza è al servizio
dello Stato, quindi dei cittadini? E si ha presente cosa pensano i
cittadini della Pubblica Amministrazione diretta, in ogni ramo, da
anni, da chi ha vinto un concorso ed è stato nominato con i
meccanismi che tutti conosciamo?Cerchiamo quindi innanzitutto di
ripristinare livelli minimi di decenza nei comportamenti di fronte
all'opinione pubblica (esempio: perchè i dirigenti del Ministero del
Lavoro non restituiscono i premi di recente elargiti a pioggia, senza
effettivi criteri meritocratici dalla Fornero,
chiedendo innanzitutto che siano
rideterminati , rendendo pubblici non solo le somme ma soprattutto
quali obbiettivi si sarebbero raggiunti da ognuno tali da
giustificare l'eventuale premio?E restituendo ciò che avanza allo
Stato?) dopo, ma solo dopo, una categoria di lavoratori potrà dire
la sua su un problema (l'eventuale adozione di un sistema di spoils
system) che , ovviamente, è soprattutto di interesse generale e solo
di riflesso categoriale. Non c'è di peggio, per ogni Casta, che le
proprie questioni vengano portate in piazza da chi, per giunta, come
gli illustri professori, non può venir colpito dalle ritorsioni di
una Pubblica Amministrazione che al suo interno, ci risulta, non a
caso, sia divenuta molto più spietata nell'utilizzo dello strumento
disciplinare finalizzato a non far trapelare verità scomode. E chi è
deputato ad avviare l'azione disciplinare?Guarda caso: il dirigente.
La reazione scomposta della dirigenza a
questi rilievi di Giavazzi e Alesina si sta quindi trasformando in un
boomerang per la Casta dirigenziale rivelando all'opinione pubblica
che esiste da anni una questione di democrazia e di limitazione di
diritti che va risolta (è noto che per il dipendente pubblico, in
conflitto col dirigente, l'attuale normativa preveda una tutela
giurisdizionale pressochè inesistente).
E' addirittura comico che dirigenti
sindacali pubblici abbiano elaborato un manifesto (mandandolo al
Corriere della Sera ) non per dire chiaramente cosa loro ritenessero
giusto ma per far recitare a un ipotetico cittadino una specie di
poesia di natale in cui egli descrivesse il suo ideale di dirigente
statale. Cioè, questi signori sono talmente abituati a fare il bello
e il cattivo tempo che addirittura trattano il cittadino come quel
pappagallo in braccio al ventriloquo cui viene fatto dire di tutto e
di più secondo i propri comodi.
Ognuno è libero di scrivere ciò che
crede come vuole, suggeriremmo però, per testare appieno il sostegno
popolare alle tesi di questi sindacati corporativi che ambiscono a
parlare anche in nome del popolo, di far visionare (e controfirmare,
per solidarietà) i punti del manifesto:
- a quei giovani laureati senza entrature che hanno sperimentato sulla loro pelle cosa significhi tentare di diventare dirigente pubblico tramite concorso
- a quei dipendenti pubblici che sanno effettivamente se è vero che i più bravi e solo loro possano diventare in Italia dirigenti pubblici
- a coloro che invano cercano su internet gli obbiettivi chiari e misurabili su cui si è convinti che si siano misurati i dirigenti
- agli impiegati che custodiscono i faldoni o i files contenenti le “valutazioni meritocratiche” di dirigenti verso altri dirigenti e a tutti gli studiosi che da decenni elaborano ipotesi su sistemi valutativi attendibili per i dirigenti
- agli impiegati che hanno lavorato fianco a fianco con dirigenti che hanno servito lo stato con poca dignità e poco onore, spesso silenti per timore
- ai cittadini e alle imprese che hanno ricevuto danni irreparabili a causa dei tempi e delle modalità di attuazione delle leggi da parte di dirigenti pubblici
- agli aspiranti dirigenti di giovane età che dovrebbero attendere che per 40 anni o più il dirigente possa esercitare la propria funzione, indipendentemente dai risultati e alla faccia delle attuali normative che prevedono il contratto a tempo determinato
- ai politici che si sono visti sistematicamente boicottati dalla dirigenza (e dai sindacati loro alleati) quando hanno tentato di cambiare qualcosa nel funzionamento del proprio dicastero, dovendosi arrendere
E' singolare che si trasformi la
realtà, non ammettendo che non è il cittadino che non vuole che il
dirigente sia amico del politico di turno ma è il dirigente che è
terrorizzato dall'eventuale amicizia del cittadino col politico.E
spinge il cittadino ad avvicinare il politico per chiedere un favore,
essendo questa l'unica condizione per avere, in tempi brevi, quanto
occorre a sé stesso o alla propria azienda per sopravvivere.E' tutto
il meccanismo quindi che è bloccato (soprattutto in certe zone del
paese). Il rimedio è in un cittadino con un maggiore senso civico,
in un politico correttamente scelto dal popolo disincentivato a
praticare la corruzione ma, soprattutto, in una dirigenza soggetta a
un rinnovamento periodico e predeterminato, per evitare incrostazioni
e deviazioni personalistiche o di gruppo di interesse.
I dirigenti italiani dovrebbero
smetterla di dare sostegno a questi falsi e fallimentari tutori
sindacali dei loro interessi. Perchè fallimentari? Perchè hanno
posto la dirigenza contro il popolo italiano, invece di renderla
protagonista del necessario cambiamento, condannandoli, alla lunga, a
una sicura sconfitta .Il cittadino non è stupido, comprende, quando
ha un rapporto di anni con un ufficio importante per la propria vita
e per il proprio lavoro, che se i politici (e i partiti) vanno e
vengono, gli impiegati sono tartassati, malpagati e umiliati e i
dirigenti mantengono la stessa poltrona per anni senza che ciò sia
giustificato da risultati, è nella dirigenza che c'è qualcosa che
non va. I sindacati della dirigenza se la prendono con i politici, ma
vi ingannano. Chi è dentro a queste realtà sa che vi sono figure
nell'ombra, tramite tra dirigenza e politici (e partiti) di turno,
spesso ex dirigenti e/o sindacalisti di quella amministrazione (i
padrini) , che pochi (i sindacati sicuramente)conoscono ma che tirano
le fila dei “movimenti” che contano. Che sono in grado di far
stare sulla stessa poltrona per anni lo stesso dirigente o di
avvicendarlo, mettendo ogni pedina al proprio posto, anche tramite
trasferimenti velocissimi. Spesso lo scambio di favori e il nepotismo
e non certo il pubblico interesse è il motore di questi movimenti.
E' umiliante che ancora in Italia una
persona brava e preparata che voglia fare carriera debba sottostare a
queste logiche e compromessi. Ecco, questo è ciò contro cui devono
combattere i dirigenti che intendano servire lo Stato e non altre
entità. Lo Spoils System è temutissimo da questo sistema perchè da
una parte promuoverebbe il periodico forzato cambiamento togliendo il
potere a questi “pupari” e dall'altra creerebbe un legame forte
tra cittadini elettori, politica, dirigenza per una PA più
efficiente, rendendo inutile il ruolo di questi convitati di pietra.
Come vedete, siamo di fronte ad un
altro esempio di come la nostra povera Carta Costituzionale (in
alcune parti, certamente, da cambiare) sia stata strumentalizzata per
scopi tutt'altro che alti.
Speriamo che le prossime elezioni
portino elementi di novità in materia.
venerdì 28 dicembre 2012
MINISTRO FORNERO: I BOTTI DI FINE ANNO (E MANDATO)
Da HUFFINGTON POST
http://www.huffingtonpost.it/2012/12/28/bando-lampo-al-dipartimento_n_2374110.html?utm_hp_ref=italy
Autore:
"""""""""Bando lampo al Dipartimento Pari Opportunità di Elsa Fornero. A Natale si cercano quattro consulenti, ma ci sono solo sette giorni di tempo per la domanda.
Quattro incarichi di consulenza della durata di diciotto mesi con compensi variabili tra i 30 mila e gli 80 mila euro all'anno. L'offerta messa a disposizione dal dipartimento delle Pari Opportunità che fa capo al ministro Elsa Fornero è allettante. Prerequisiti: una buona conoscenza dell'inglese, una laurea magistrale, esperienza nella pubblica amministrazione con piccole sfumature a seconda dei progetti legati a ciascun incarico.
Bando pubblico, all'insegna della massima trasparenza. E, nomen omen, delle pari opportunità. O quasi. Perché l'avviso di selezione è stato pubblicato sul sito del dipartimento giovedì 20 dicembre, e a pagina 7 comma 9 il testo recita: "La candidatura deve essere compilata entro sette giorni dalla data di pubblicazione del presente Avviso.". Una settimana di tempo, compresi un weekend, due festivi e un prefestivo: 22, 23, 24, 25 e 26. Un'impresa da maratoneti natalizi.
Non solo, anche i più attenti e assidui visitatori del sito del dipartimento delle Pari Opportunità che avessero potuto notare per tempo il bando e trovato il modo - festività permettendo- di presentare la domanda nel tempo utile hanno dovuto però scontrarsi con un'altra limitazione non da poco, resa manifesta soltanto qualche riga prima del capitolo precedente. Pagina 6, comma 6: "Nella procedura di valutazione si terrà conto delle pregresse esperienze di collaborazione con Dipartimento Pari Opportunità". Insomma, lingue, laurea, merito & co sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Meglio ancora potere fare affidamento si chi vanta già esperienze all'interno dello stesso dipartimento.
Nessuna anomalia secondo i tecnici del dipartimento. "La ricerca dei consulenti avviene tramite una selezione all'interno della nostra banca dati" spiega il Dott. Alberto De Stefano, responsabile del procedimento (firmato dal capo del Dipartimento Patrizia De Rose). "I sette giorni sono il periodo in cui è possibile presentare la propria candidatura all'albo degli esperti da cui poi si attinge per la ricerca dei profili, tutto con la massima trasparenza"."""""""""
http://www.huffingtonpost.it/2012/12/28/bando-lampo-al-dipartimento_n_2374110.html?utm_hp_ref=italy
Autore:
"""""""""Bando lampo al Dipartimento Pari Opportunità di Elsa Fornero. A Natale si cercano quattro consulenti, ma ci sono solo sette giorni di tempo per la domanda.
Quattro incarichi di consulenza della durata di diciotto mesi con compensi variabili tra i 30 mila e gli 80 mila euro all'anno. L'offerta messa a disposizione dal dipartimento delle Pari Opportunità che fa capo al ministro Elsa Fornero è allettante. Prerequisiti: una buona conoscenza dell'inglese, una laurea magistrale, esperienza nella pubblica amministrazione con piccole sfumature a seconda dei progetti legati a ciascun incarico.
Bando pubblico, all'insegna della massima trasparenza. E, nomen omen, delle pari opportunità. O quasi. Perché l'avviso di selezione è stato pubblicato sul sito del dipartimento giovedì 20 dicembre, e a pagina 7 comma 9 il testo recita: "La candidatura deve essere compilata entro sette giorni dalla data di pubblicazione del presente Avviso.". Una settimana di tempo, compresi un weekend, due festivi e un prefestivo: 22, 23, 24, 25 e 26. Un'impresa da maratoneti natalizi.
Non solo, anche i più attenti e assidui visitatori del sito del dipartimento delle Pari Opportunità che avessero potuto notare per tempo il bando e trovato il modo - festività permettendo- di presentare la domanda nel tempo utile hanno dovuto però scontrarsi con un'altra limitazione non da poco, resa manifesta soltanto qualche riga prima del capitolo precedente. Pagina 6, comma 6: "Nella procedura di valutazione si terrà conto delle pregresse esperienze di collaborazione con Dipartimento Pari Opportunità". Insomma, lingue, laurea, merito & co sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Meglio ancora potere fare affidamento si chi vanta già esperienze all'interno dello stesso dipartimento.
Nessuna anomalia secondo i tecnici del dipartimento. "La ricerca dei consulenti avviene tramite una selezione all'interno della nostra banca dati" spiega il Dott. Alberto De Stefano, responsabile del procedimento (firmato dal capo del Dipartimento Patrizia De Rose). "I sette giorni sono il periodo in cui è possibile presentare la propria candidatura all'albo degli esperti da cui poi si attinge per la ricerca dei profili, tutto con la massima trasparenza"."""""""""
mercoledì 26 dicembre 2012
LICENZIAMENTO MEDICO ASL PER ANSIA: SENTENZA CASSAZIONE
Cassazione:
va reintegrato il medico della Asl licenziato per un disturbo da ansia
se non si dimostra la sua totale inidoneità allo svolgimento delle
mansioni
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 23330 del 18 dicembre 2012, ha accolto il ricorso di un medico radiologo licenziato dalla Asl presso cui prestava servizio per inidoneità al lavoro perché affetto da una sintomatologia ansiosa ...
Fonte: Studiocataldi.it
Url: http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_12892.asp
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 23330 del 18 dicembre 2012, ha accolto il ricorso di un medico radiologo licenziato dalla Asl presso cui prestava servizio per inidoneità al lavoro perché affetto da una sintomatologia ansiosa ...
Fonte: Studiocataldi.it
Url: http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_12892.asp
RISCHIO SANITARIO AMBIENTALE: COME ANALIZZARLO, CASO PER CASO, PER BONIFICARE
In Italia i siti contaminati sono rappresentati per la stragrande
maggioranza da impianti industriali, in attività o dismessi, discariche e
punti vendita carburanti. Quindi, in questi casi, i lavoratori e/o i residenti sono
potenzialmente a rischio per esposizione (inalazione, ingestione e/o
contatto dermico) ad agenti chimici pericolosi presenti nel suolo
insaturo o nelle acque di falda su cui insistono tali attività.
La Banca Dati "ISS-INAIL" per l’Analisi di Rischio sanitario ambientale è stata elaborata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL).
L'importanza e l'utilità di questa banca dati consiste nel rendere uniformi a livello nazionale i valori dei parametri caratteristici di tali sostanze, necessari per l'applicazione della procedura di analisi di rischio. Questo strumento ha, quindi, permesso di superare il problema legato alla mancata uniformità delle banche dati implementate nei software comunemente utilizzati a livello nazionale, che spesso contengono valori dei parametri chimico-fisici e tossicologici molto diversi tra di loro. Inoltre, la sua precedente versione conteneva delle incongruenze relative alla classificazione di cancerogenicità delle sostanze che, con la presente edizione, si ritengono superate.
VAI AL SITO INAIL PER L'ARTICOLO:
http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=Prodotti/News/2012/Ricerca_e_tecnologie_della_sicurezza/info-1225589329.jsp
E A QUELLO DELL'ISS PER LA BANCA DATI COMPLETA:
http://www.iss.it/iasa/?lang=1&tipo=40
La Banca Dati "ISS-INAIL" per l’Analisi di Rischio sanitario ambientale è stata elaborata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL).
L'importanza e l'utilità di questa banca dati consiste nel rendere uniformi a livello nazionale i valori dei parametri caratteristici di tali sostanze, necessari per l'applicazione della procedura di analisi di rischio. Questo strumento ha, quindi, permesso di superare il problema legato alla mancata uniformità delle banche dati implementate nei software comunemente utilizzati a livello nazionale, che spesso contengono valori dei parametri chimico-fisici e tossicologici molto diversi tra di loro. Inoltre, la sua precedente versione conteneva delle incongruenze relative alla classificazione di cancerogenicità delle sostanze che, con la presente edizione, si ritengono superate.
VAI AL SITO INAIL PER L'ARTICOLO:
http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=Prodotti/News/2012/Ricerca_e_tecnologie_della_sicurezza/info-1225589329.jsp
E A QUELLO DELL'ISS PER LA BANCA DATI COMPLETA:
http://www.iss.it/iasa/?lang=1&tipo=40
lunedì 24 dicembre 2012
SALTANO 43.000 POSTI NELLA DIFESA
E' legge la riforma del Ministro della Difesa del Governo Monti, l'Ammiraglio Di Paola.
La maggioranza , seppur in crisi, vota la delega. Saltano 43.000 posti di lavoro e il 30% minimo degli Enti.Vi sono state fortissime pressioni dei vertici militari e dell'industria di produzione di armi.
Ritirati o bocciati tutti gli emendamenti presentati, ridotto ai minimi termini il dibattito, tenute fuori dal confronto in Aula tutte le questioni irrisolte della riforma:solo tagli di personale e di strutture; mancanza di una seria riqualificazione della spesa; nessuna misura concreta per il personale civile; niente riduzioni di spesa in armamenti; non toccati in alcun modo i tantissimi privilegi e i tanti sprechi che ancora si annidano nella Difesa.
Ad esempio questi:
http://alp-agl.blogspot.it/2012/11/ministero-della-difesa-43000-esuberi.html
E per fortuna che Monti aveva combattuto, in passato, contro le Lobby.Una delega attribuita di fatto all’Esecutivo e al Ministro della Difesa che verranno dopo le prossime elezioni politiche i quali, ci scommettiamo, saranno pienamente d'accordo con chi li ha preceduti (in Italia, su queste cose, tutta la Politica che conta è sempre d'accordo e chi pensa il contrario è un ingenuo).
Una pagina amara per i lavoratori pubblici italiani (il precedente è pericoloso e Di Paola ha fatto vedere "come si fa"), manifestazioni, scioperi e/o concertazione non sono serviti a nulla. Fallimento per tutti gli attuali sindacati rappresentativi. Conferma che di questo passo il sistema porterà i lavoratori o a perdere il posto di lavoro, o a essere impiegati quasi gratis e chi li rappresenta a fare da soprammobile.
La maggioranza , seppur in crisi, vota la delega. Saltano 43.000 posti di lavoro e il 30% minimo degli Enti.Vi sono state fortissime pressioni dei vertici militari e dell'industria di produzione di armi.
Ritirati o bocciati tutti gli emendamenti presentati, ridotto ai minimi termini il dibattito, tenute fuori dal confronto in Aula tutte le questioni irrisolte della riforma:solo tagli di personale e di strutture; mancanza di una seria riqualificazione della spesa; nessuna misura concreta per il personale civile; niente riduzioni di spesa in armamenti; non toccati in alcun modo i tantissimi privilegi e i tanti sprechi che ancora si annidano nella Difesa.
Ad esempio questi:
http://alp-agl.blogspot.it/2012/11/ministero-della-difesa-43000-esuberi.html
E per fortuna che Monti aveva combattuto, in passato, contro le Lobby.Una delega attribuita di fatto all’Esecutivo e al Ministro della Difesa che verranno dopo le prossime elezioni politiche i quali, ci scommettiamo, saranno pienamente d'accordo con chi li ha preceduti (in Italia, su queste cose, tutta la Politica che conta è sempre d'accordo e chi pensa il contrario è un ingenuo).
Una pagina amara per i lavoratori pubblici italiani (il precedente è pericoloso e Di Paola ha fatto vedere "come si fa"), manifestazioni, scioperi e/o concertazione non sono serviti a nulla. Fallimento per tutti gli attuali sindacati rappresentativi. Conferma che di questo passo il sistema porterà i lavoratori o a perdere il posto di lavoro, o a essere impiegati quasi gratis e chi li rappresenta a fare da soprammobile.
NUOVA TASSA RIFIUTI (TARES): ALTRI 80 EURO IN PIU' A FAMIGLIA!
La Tares, tassa sui rifiuti e sui servizi, prenderà il posto della Tarsu e della Tia. E costerà di più alle famiglie.
La Tares finirà per pesare più dell’Imu già versata sulla prima casa: la famiglia “media” che abita nella casa “media” ha pagato 275 euro di Imu, ma ne verserà 305 di Tares, quando la Tarsu si fermava a 225 euro.
Perché questo aumento (dicono, ma voi ci credete?) ? "Perché le risorse acquisite grazie alla Tares dovranno far fronte a due esigenze che prima non erano previste nella tassa sui rifiuti: coprire al cento per cento il costo del servizio per le utenze domestiche sostenuto dai Comuni – quando oggi in media la copertura è del 79%, il resto finisce nel bilancio – e finanziare il costo dei “servizi indivisibili” forniti dal sindaco, una serie di voci che va dall’illuminazione pubblica, alla manutenzione delle strade, polizia locale, verde. Un indispensabile “extra” che le giunte copriranno imponendo ai cittadini una sovratassa di 30 centesimi al metro quadro (che potrà arrivare, giunte volendo, a 40 centesimi)".
La TARES è dovuta “da chiunque possieda, occupi e detenga a qualsiasi titolo locali o aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani”. Non solo i proprietari di casa,quindi, ma anche negozi, uffici, capannoni. Verrà calcolerà in base ai metri quadri (l’80% della superficie catastale) senza tener conto del numero di componenti del nucleo.
Per le attività commerciali l’aggravio medio raggiungerà la quota record del 293 per cento.
Ah, che bel 2013 ci aspetta!
La Tares finirà per pesare più dell’Imu già versata sulla prima casa: la famiglia “media” che abita nella casa “media” ha pagato 275 euro di Imu, ma ne verserà 305 di Tares, quando la Tarsu si fermava a 225 euro.
Perché questo aumento (dicono, ma voi ci credete?) ? "Perché le risorse acquisite grazie alla Tares dovranno far fronte a due esigenze che prima non erano previste nella tassa sui rifiuti: coprire al cento per cento il costo del servizio per le utenze domestiche sostenuto dai Comuni – quando oggi in media la copertura è del 79%, il resto finisce nel bilancio – e finanziare il costo dei “servizi indivisibili” forniti dal sindaco, una serie di voci che va dall’illuminazione pubblica, alla manutenzione delle strade, polizia locale, verde. Un indispensabile “extra” che le giunte copriranno imponendo ai cittadini una sovratassa di 30 centesimi al metro quadro (che potrà arrivare, giunte volendo, a 40 centesimi)".
La TARES è dovuta “da chiunque possieda, occupi e detenga a qualsiasi titolo locali o aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani”. Non solo i proprietari di casa,quindi, ma anche negozi, uffici, capannoni. Verrà calcolerà in base ai metri quadri (l’80% della superficie catastale) senza tener conto del numero di componenti del nucleo.
Per le attività commerciali l’aggravio medio raggiungerà la quota record del 293 per cento.
Ah, che bel 2013 ci aspetta!
INFORTUNATI: INAIL ALLARGA CURE RIMBORSABILI
Clicca qui sotto per scaricare la relativa Circolare INAIL:
http://normativo.inail.it/bdninternet/2012/ci201262.htm
L'Inail allarga la sua rete di protezione, mettendo a suo carico anche le spese per farmaci di fascia C, finora non rimborsabili, sostenute da lavoratori infortunati o che hanno contratto malattie professionali. Si tratta di un ampio spettro di medicine, dai prodotti economici a medicinali cari, dagli antibiotici agli ansiolitici.
La Circolare prevede, infatti, che gli esborsi sostenuti per l'acquisto di numerosi trattamenti necessari al recupero dell'integrità' psico-fisica a seguito di infortuni o tecnopatie siano risarciti dall'Istituto. Rientrano cure e farmaci utilizzati in chirurgia, ortopedia, oculistica, dermatologia, neurologia e psichiatria. Le spese devono essere certificare da parte dei medici dell'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e gli interessati dovranno fornire lo scontrino che ne confermi l'acquisto.
Il Sistema sanitario nazionale prevede forme di rimborso solo per i farmaci di prima fascia, i cosiddetti "salvavita" totalmente a carico dello Stato, e di seconda fascia, solo in parte ricadenti sulle tasche del cittadino. Mentre ora il risarcimento si estende a tanti farmaci prima esclusi ( pomate oftalmiche, antidolorifici, vaccino per l'osteomielite o a quelli per curare i disturbi di origine nervosa legati a traumi psichici post-infortunio).
http://normativo.inail.it/bdninternet/2012/ci201262.htm
L'Inail allarga la sua rete di protezione, mettendo a suo carico anche le spese per farmaci di fascia C, finora non rimborsabili, sostenute da lavoratori infortunati o che hanno contratto malattie professionali. Si tratta di un ampio spettro di medicine, dai prodotti economici a medicinali cari, dagli antibiotici agli ansiolitici.
La Circolare prevede, infatti, che gli esborsi sostenuti per l'acquisto di numerosi trattamenti necessari al recupero dell'integrità' psico-fisica a seguito di infortuni o tecnopatie siano risarciti dall'Istituto. Rientrano cure e farmaci utilizzati in chirurgia, ortopedia, oculistica, dermatologia, neurologia e psichiatria. Le spese devono essere certificare da parte dei medici dell'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e gli interessati dovranno fornire lo scontrino che ne confermi l'acquisto.
Il Sistema sanitario nazionale prevede forme di rimborso solo per i farmaci di prima fascia, i cosiddetti "salvavita" totalmente a carico dello Stato, e di seconda fascia, solo in parte ricadenti sulle tasche del cittadino. Mentre ora il risarcimento si estende a tanti farmaci prima esclusi ( pomate oftalmiche, antidolorifici, vaccino per l'osteomielite o a quelli per curare i disturbi di origine nervosa legati a traumi psichici post-infortunio).
venerdì 21 dicembre 2012
tirocini formativi: per la Corte Costituzionale è illegittima la regolamentazione statale della durata e dei requisiti
ANNO 2012
LA CORTE COSTITUZIONALE
(...)
nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 11 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, promossi con autonomi ricorsi dalle Regioni Toscana, Emilia-Romagna, Liguria, Umbria e dalla Regione autonoma Sardegna, (...)
2.— La presente decisione ha ad oggetto unicamente l’impugnazione dell’art. 11 del citato decreto-legge, il cui contenuto è il seguente: «1. I tirocini formativi e di orientamento possono essere promossi unicamente da soggetti in possesso degli specifici requisiti preventivamente determinati dalle normative regionali in funzione di idonee garanzie all’espletamento delle iniziative medesime. Fatta eccezione per i disabili, gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti e i condannati ammessi a misure alternative di
detenzione, i tirocini formativi e di orientamento non curriculari non possono avere una durata superiore a sei mesi, proroghe comprese, e possono essere promossi unicamente a favore di neo-diplomati o neo-laureati entro e non oltre dodici mesi dal conseguimento del relativo titolo di studio. 2. In assenza di specifiche regolamentazioni regionali trovano applicazione, per quanto compatibili con le disposizioni di cui al comma che precede, l’articolo 18 della legge 24 giugno 1997 n. 196 e il relativo regolamento di attuazione».
3.— Le Regioni Emilia-Romagna, Liguria ed Umbria, in termini analoghi, lamentano che le disposizioni impugnate violino l’art. 117, quarto comma, Cost., in quanto, disciplinando i tirocini formativi e di orientamento non curriculari, dettano una normativa che rientra nella materia di competenza regionale residuale inerente la «istruzione e formazione professionale».
(...)
3.— I ricorsi sono fondati. La giurisprudenza di questa Corte ha chiarito che, dopo la riforma costituzionale del 2001, la competenza esclusiva delle Regioni in materia di istruzione e formazione professionale «riguarda la istruzione e la formazione professionale pubbliche che possono essere impartite sia negli istituti scolastici a ciò destinati, sia mediante strutture proprie che le singole Regioni possano approntare in relazione alle peculiarità delle realtà locali, sia in organismi privati con i quali vengano stipulati accordi» (sentenza n. 50 del 2005). Viceversa, la disciplina della formazione interna – ossia quella formazione che i datori di lavoro offrono in ambito aziendale ai propri dipendenti – di per sé non rientra nella menzionata materia, né in altre di competenza regionale; essa, essendo intimamente connessa con il sinallagma contrattuale, attiene all’ordinamento civile, sicché spetta allo Stato stabilire la relativa normativa (sentenza n. 24 del 2007).
La giurisprudenza successiva ha avuto modo di precisare, peraltro, che i due titoli di competenza non sempre appaiono «allo stato puro» (così la sentenza n. 176 del 2010 in relazione al regime dell’apprendistato), ed ha chiarito che il nucleo «di tale competenza, che in linea di principio non può venire sottratto al legislatore regionale (…) – al di fuori del sistema scolastico secondario superiore, universitario e post-universitario – cade sull’addestramento teorico e pratico offerto o prescritto obbligatoriamente (sentenza n. 372 del 1989) al lavoratore o comunque a chi aspiri al lavoro: in tal modo, la sfera di attribuzione legislativa regionale di carattere residuale viene a distinguersi sia dalla competenza concorrente in materia di istruzione (sentenza n. 309 del 2010), sia
da quella, anch’essa ripartita, in materia di professioni (art. 117, terzo comma, Cost.), nel quadro della esclusiva potestà statale di dettare le norme generali sull’istruzione (art. 117, secondo comma, lettera n, Cost.)» (così la sentenza n. 108 del 2012).
Il titolo di competenza residuale ora richiamato si applica anche alla Regione Sardegna, in virtù della clausola di maggior favore di cui al citato art. 10 della legge cost. n. 3 del 2001.
4.— Ora, alla luce del menzionato, costante orientamento di questa Corte, appare evidente che il censurato art. 11 si pone in contrasto con l’art. 117, quarto comma, Cost., poiché va ad invadere un territorio di competenza normativa residuale delle Regioni.
Il comma 1 della disposizione, infatti, interviene a stabilire i requisiti che devono essere posseduti dai soggetti che promuovono i tirocini formativi e di orientamento. La seconda parte del medesimo comma, poi, dispone che, fatta eccezione per una serie di categorie ivi indicate, i tirocini formativi e di orientamento non curricolari non possono avere una durata superiore a sei mesi, proroghe comprese, e possono essere rivolti solo ad una determinata platea di beneficiari. In questo modo, però, la legge statale – pur rinviando, nella citata prima parte del comma 1, ai requisiti «preventivamente determinati dalle normative regionali» – interviene comunque in via diretta in una materia che non ha nulla a che vedere con la formazione aziendale.
D’altra parte, che la normativa in esame costituisca un’indebita invasione dello Stato in una materia di competenza residuale delle Regioni è confermato dal comma 2 del censurato art. 11, il quale stabilisce la diretta applicazione – in caso di inerzia delle Regioni – di una normativa statale, ossia l’art. 18 della legge n. 196 del 1997 – peraltro risalente ad un momento storico antecedente l’entrata in vigore della riforma costituzionale del 2001 – che prevede l’adozione di una disciplina volta a «realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro e di agevolare le scelte professionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro, attraverso iniziative di tirocini pratici e stages a favore di soggetti che hanno già assolto l’obbligo scolastico».
(...)
è principio consolidato che il titolo di competenza costituito dai livelli essenziali delle prestazioni – che non individua una materia in senso stretto, quanto, invece, una competenza del legislatore statale idonea ad investire tutte le materie (sentenza n. 322 del 2009) – «non può essere invocato se non in relazione a specifiche prestazioni delle quali la normativa statale definisca il livello essenziale di erogazione (sentenze n. 383 e n. 285 del 2005), mediante la determinazione dei relativi standard strutturali e qualitativi, da garantire agli aventi diritto su tutto il territorio nazionale in quanto concernenti il soddisfacimento di diritti civili e sociali tutelati dalla Costituzione stessa» (sentenza n. 232 del 2011).
È evidente, invece, che nel caso in esame si è fuori da simile previsione, e ciò a prescindere da ogni valutazione in merito alle finalità perseguite con l’intervento normativo statale.
6.— L’art. 11 del d.l. n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, pertanto, deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo per violazione dell’art. 117, quarto comma, della Costituzione
(...)
11 dicembre 2012.
F.to:
Alfonso QUARANTA, Presidente
Sergio MATTARELLA, Redattore
Gabriella MELATTI, Cancelliere
(...)"""""""""
giovedì 20 dicembre 2012
Inail, 155 mln a imprese, per salute e sicurezza sul lavoro. C'E' TEMPO FINO AL 14 MARZO 2013
L'Inail mette a disposizione oltre 155 milioni di euro alle imprese come sostegno per innalzare i livelli di salvaguardia della salute sul posto di lavoro. Si tratta di un contributo in conto capitale destinato a coprire fino al 50% l'investimento.
Clicca qui sotto:
BANDO 2012:
http://tinyurl.com/cg65gwc
COME SI PARTECIPA AL BANDO 2012:
http://tinyurl.com/chrlkek
mercoledì 19 dicembre 2012
“ASPI” , “MINI-ASPI 2012” e “MINI-ASPI” : LE ULTERIORI ISTRUZIONI DELL'INPS SULLA NUOVA “DISOCCUPAZIONE”
L'INPS fornisce alcuni chiarimenti in merito all'Indennità di disoccupazione "mini-ASpI 2012":
L'INPS ritiene che l'ipotesi della procedura di licenziamento per giustificato motivo oggettivo conclusa in sede conciliativa con una risoluzione consensuale configuri un'ipotesi di cessazione involontaria del rapporto di lavoro, dando così titolo all’accesso alla tutela del reddito corrispondente:
martedì 18 dicembre 2012
AGRICOLTURA,SFRUTTAMENTO LAVORATORI MIGRANTI, RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL
Migrante indiano lavora in una serra © Valerio Rinaldi
Dal sito di Amnesty International, che ringraziamo e a cui diamo tutto il nostro sostegno:
http://www.amnesty.it/italia-rapporto-sullo-sfruttamento-dei-lavoratori-migranti-in-agricoltura
""""""""""Italia: rapporto di Amnesty International sullo sfruttamento dei lavoratori migranti nell'agricoltura
CS147: 18/12/2012
Dal sito di Amnesty International, che ringraziamo e a cui diamo tutto il nostro sostegno:
http://www.amnesty.it/italia-rapporto-sullo-sfruttamento-dei-lavoratori-migranti-in-agricoltura
""""""""""Italia: rapporto di Amnesty International sullo sfruttamento dei lavoratori migranti nell'agricoltura
CS147: 18/12/2012
L'Italia deve rivedere le politiche che contribuiscono allo sfruttamento dei lavoratori migranti e che violano il loro diritto a condizioni di lavoro giuste e favorevoli e all'accesso alla giustizia.
Lo ha dichiarato oggi Amnesty International, pubblicando un rapporto sullo sfruttamento dei lavoratori migranti nel settore agricolo italiano. Il rapporto si concentra su gravi forme di sfruttamento dei lavoratori migranti provenienti da paesi dell'Africa subsahariana, dell'Africa del Nord e dell'Asia, impiegati in lavori poco qualificati, spesso stagionali o temporanei, per lo più nel settore agricolo delle province di Latina e Caserta.
Il rapporto sottolinea comunque che lo sfruttamento dei lavoratori migranti è diffuso in tutto il paese.
"Nell'ultimo decennio le autorità italiane hanno alimentato l'ansia dell'opinione pubblica sostenendo che la sicurezza del paese è minacciata da un'incontrollabile immigrazione 'clandestina', giustificando in questo modo l'adozione di rigide misure che hanno posto i lavoratori migranti in una situazione legale precaria, rendendoli facili prede dello sfruttamento" - ha dichiarato Francesca Pizzutelli, ricercatrice del Segretariato Internazionale di Amnesty International e autrice del rapporto.
"Il controllo dell'immigrazione può costituire un interesse legittimo di ogni stato, ma non dev'essere portato avanti a danno dei diritti umani di coloro che si trovano nel suo territorio, lavoratori migranti inclusi" - ha sottolineato Pizzutelli.
"L'esito di tutto questo, spesso, per i lavoratori migranti consiste in paghe ben al di sotto del salario concordato tra le parti sociali, riduzioni arbitrarie dei compensi, ritardato o mancato pagamento, lunghi orari di lavoro. Si tratta di un problema diffuso e sistematico" - ha aggiunto Pizzutelli.
Le attuali politiche italiane intendono controllare il numero dei migranti stabilendo delle quote d'ingresso per tipi diversi di lavoratori e rilasciando permessi sulla base di un contratto scritto. Queste quote, tuttavia, sono molto inferiori all'effettivo fabbisogno di lavoratori migranti.
Questo sistema, oltre a essere inefficace e a prestarsi ad abusi, incrementa il rischio di sfruttamento del lavoro dei migranti.
I datori di lavoro preferiscono assumere lavoratori già presenti in Italia a prescindere dalle quote d'ingresso fissate dal governo.
Alcuni lavoratori possono avere il permesso già scaduto mentre altri possono aver ottenuto il visto d'ingresso attraverso intermediari ma non riescono poi a ottenere il permesso di soggiorno.
In questo modo, molti lavoratori migranti finiscono per trovarsi senza documenti che ne attestino la presenza regolare in Italia e rischiano l'espulsione.
La legislazione italiana, inoltre, ha introdotto il reato di "ingresso e soggiorno illegale", stigmatizzando così i lavoratori migranti irregolari, alimentando la xenofobia e la discriminazione nei loro confronti.
Questa legislazione pone i lavoratori migranti nella condizione di non poter chiedere giustizia per salari inferiori a quanto concordato, per il mancato pagamento o per essere sottoposti a lunghi orari di lavoro. La prospettiva, per molti di loro, è che se denunciano lo sfruttamento vengono arrestati ed espulsi a causa del loro status irregolare.
"Le autorità italiane dovrebbero modificare le politiche in materia d'immigrazione concentrandosi prima e soprattutto sui diritti dei lavoratori migranti, indipendentemente dal loro status migratorio, garantendo loro un efficace accesso alla giustizia, istituendo meccanismi sicuri e accessibili per i lavoratori migranti che intendono presentare esposti e denunce contro i datori di lavoro, senza timore di essere arrestati ed espulsi" - ha concluso Pizzutelli.
Lo ha dichiarato oggi Amnesty International, pubblicando un rapporto sullo sfruttamento dei lavoratori migranti nel settore agricolo italiano. Il rapporto si concentra su gravi forme di sfruttamento dei lavoratori migranti provenienti da paesi dell'Africa subsahariana, dell'Africa del Nord e dell'Asia, impiegati in lavori poco qualificati, spesso stagionali o temporanei, per lo più nel settore agricolo delle province di Latina e Caserta.
Il rapporto sottolinea comunque che lo sfruttamento dei lavoratori migranti è diffuso in tutto il paese.
"Nell'ultimo decennio le autorità italiane hanno alimentato l'ansia dell'opinione pubblica sostenendo che la sicurezza del paese è minacciata da un'incontrollabile immigrazione 'clandestina', giustificando in questo modo l'adozione di rigide misure che hanno posto i lavoratori migranti in una situazione legale precaria, rendendoli facili prede dello sfruttamento" - ha dichiarato Francesca Pizzutelli, ricercatrice del Segretariato Internazionale di Amnesty International e autrice del rapporto.
"Il controllo dell'immigrazione può costituire un interesse legittimo di ogni stato, ma non dev'essere portato avanti a danno dei diritti umani di coloro che si trovano nel suo territorio, lavoratori migranti inclusi" - ha sottolineato Pizzutelli.
"L'esito di tutto questo, spesso, per i lavoratori migranti consiste in paghe ben al di sotto del salario concordato tra le parti sociali, riduzioni arbitrarie dei compensi, ritardato o mancato pagamento, lunghi orari di lavoro. Si tratta di un problema diffuso e sistematico" - ha aggiunto Pizzutelli.
Le attuali politiche italiane intendono controllare il numero dei migranti stabilendo delle quote d'ingresso per tipi diversi di lavoratori e rilasciando permessi sulla base di un contratto scritto. Queste quote, tuttavia, sono molto inferiori all'effettivo fabbisogno di lavoratori migranti.
Questo sistema, oltre a essere inefficace e a prestarsi ad abusi, incrementa il rischio di sfruttamento del lavoro dei migranti.
I datori di lavoro preferiscono assumere lavoratori già presenti in Italia a prescindere dalle quote d'ingresso fissate dal governo.
Alcuni lavoratori possono avere il permesso già scaduto mentre altri possono aver ottenuto il visto d'ingresso attraverso intermediari ma non riescono poi a ottenere il permesso di soggiorno.
In questo modo, molti lavoratori migranti finiscono per trovarsi senza documenti che ne attestino la presenza regolare in Italia e rischiano l'espulsione.
La legislazione italiana, inoltre, ha introdotto il reato di "ingresso e soggiorno illegale", stigmatizzando così i lavoratori migranti irregolari, alimentando la xenofobia e la discriminazione nei loro confronti.
Questa legislazione pone i lavoratori migranti nella condizione di non poter chiedere giustizia per salari inferiori a quanto concordato, per il mancato pagamento o per essere sottoposti a lunghi orari di lavoro. La prospettiva, per molti di loro, è che se denunciano lo sfruttamento vengono arrestati ed espulsi a causa del loro status irregolare.
"Le autorità italiane dovrebbero modificare le politiche in materia d'immigrazione concentrandosi prima e soprattutto sui diritti dei lavoratori migranti, indipendentemente dal loro status migratorio, garantendo loro un efficace accesso alla giustizia, istituendo meccanismi sicuri e accessibili per i lavoratori migranti che intendono presentare esposti e denunce contro i datori di lavoro, senza timore di essere arrestati ed espulsi" - ha concluso Pizzutelli.
Ulteriori informazioni
All'inizio del 2011 la presenza di cittadini stranieri in Italia era stimata intorno ai 5,4 milioni, circa l'8,9 per cento della popolazione. Circa 4,9 milioni di cittadini stranieri hanno documenti in regola che li autorizzano a stare in Italia. Si stima che vi sia circa mezzo milione di lavoratori migranti privi di documenti validi, ossia migranti irregolari.
Lo sfruttamento del lavoro dei lavoratori migranti nei settori dell'agricoltura e dell'edilizia in parecchie zone dell'Italia meridionale è diffuso. Essi ricevono paghe inferiori di circa il 40 per cento, a parità di lavoro, rispetto al salario italiano minimo concordato tra le parti sociali e lavorano un maggior numero di ore. Le vittime dello sfruttamento del lavoro sono migranti africani e asiatici e, in alcuni casi, cittadini dell'Unione europea (soprattutto bulgari e rumeni) e cittadini di paesi dell'Europa orientale che non fanno parte dell'Unione europea (tra cui gli albanesi).
Lavoratori migranti indiani e africani, impiegati nelle zone di Latina e Caserta, hanno parlato con Amnesty International in condizioni di anonimato:
"I primi quattro anni dopo essere arrivato in Italia ho lavorato in una fabbrica che confeziona cipolle e patate per l'esportazione. Mi pagavano 800 euro al mese per 12-14 ore di lavoro al giorno. Il datore di lavoro mi diceva sempre che se avessi lavorato duro e bene, mi avrebbe fatto avere i documenti, ma non l'ha mai fatto." ("Hari")
"Lavoro 9-10 ore al giorno dal lunedì al sabato, poi cinque ore la domenica mattina, per tre euro l'ora. Il datore di lavoro mi dovrebbe pagare 600-700 euro al mese; io contavo di mandare 500 euro al mese a mio padre in India. Negli ultimi sette mesi, però, il datore di lavoro non mi ha pagato il salario intero. Mi dà solo 100 euro al mese per le spese. Non posso andare alla polizia perché non ho documenti: mi prenderebbero le impronte e dovrei lasciare l'Italia." ("Sunny")
"Quando non hai i documenti ti danno solo 'lavoro nero', che è mal pagato. Prendiamo dai 25 ai 30 euro al giorno per otto o nove ore di lavoro [2.75-3.75 euro l'ora]. Ma quando ci facciamo male non prendiamo niente." ("Ismael")
"Quando il datore di lavoro non paga, che cosa puoi fare per avere il denaro? Senza documenti, come puoi andare alla polizia? Senza documenti, sei espulso. Ma non hai fatto niente di male...". ("Jean-Baptiste")
All'inizio del 2011 la presenza di cittadini stranieri in Italia era stimata intorno ai 5,4 milioni, circa l'8,9 per cento della popolazione. Circa 4,9 milioni di cittadini stranieri hanno documenti in regola che li autorizzano a stare in Italia. Si stima che vi sia circa mezzo milione di lavoratori migranti privi di documenti validi, ossia migranti irregolari.
Lo sfruttamento del lavoro dei lavoratori migranti nei settori dell'agricoltura e dell'edilizia in parecchie zone dell'Italia meridionale è diffuso. Essi ricevono paghe inferiori di circa il 40 per cento, a parità di lavoro, rispetto al salario italiano minimo concordato tra le parti sociali e lavorano un maggior numero di ore. Le vittime dello sfruttamento del lavoro sono migranti africani e asiatici e, in alcuni casi, cittadini dell'Unione europea (soprattutto bulgari e rumeni) e cittadini di paesi dell'Europa orientale che non fanno parte dell'Unione europea (tra cui gli albanesi).
Lavoratori migranti indiani e africani, impiegati nelle zone di Latina e Caserta, hanno parlato con Amnesty International in condizioni di anonimato:
"I primi quattro anni dopo essere arrivato in Italia ho lavorato in una fabbrica che confeziona cipolle e patate per l'esportazione. Mi pagavano 800 euro al mese per 12-14 ore di lavoro al giorno. Il datore di lavoro mi diceva sempre che se avessi lavorato duro e bene, mi avrebbe fatto avere i documenti, ma non l'ha mai fatto." ("Hari")
"Lavoro 9-10 ore al giorno dal lunedì al sabato, poi cinque ore la domenica mattina, per tre euro l'ora. Il datore di lavoro mi dovrebbe pagare 600-700 euro al mese; io contavo di mandare 500 euro al mese a mio padre in India. Negli ultimi sette mesi, però, il datore di lavoro non mi ha pagato il salario intero. Mi dà solo 100 euro al mese per le spese. Non posso andare alla polizia perché non ho documenti: mi prenderebbero le impronte e dovrei lasciare l'Italia." ("Sunny")
"Quando non hai i documenti ti danno solo 'lavoro nero', che è mal pagato. Prendiamo dai 25 ai 30 euro al giorno per otto o nove ore di lavoro [2.75-3.75 euro l'ora]. Ma quando ci facciamo male non prendiamo niente." ("Ismael")
"Quando il datore di lavoro non paga, che cosa puoi fare per avere il denaro? Senza documenti, come puoi andare alla polizia? Senza documenti, sei espulso. Ma non hai fatto niente di male...". ("Jean-Baptiste")
FINE DEL COMUNICATO Roma, 18 dicembre 2012
Per approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, e-mail press@amnesty.it """"""""""
Per approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, e-mail press@amnesty.it """"""""""
PRECARI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: IL SALVATAGGIO
DA IL MESSAGGERO DEL 17.12.2012
Precari, ecco chi si salverà nel pubblico impiego
La proroga dei contratti a luglio riguarderà soprattutto gli enti locali e il servizio sanitario nazionale. Parte la trattativa tra i sindacati e l’Aran per definire durata, intervalli e deroghe per il lavoro flessibile
Precari, ecco chi si salverà nel pubblico impiego
La proroga dei contratti a luglio riguarderà soprattutto gli enti locali e il servizio sanitario nazionale. Parte la trattativa tra i sindacati e l’Aran per definire durata, intervalli e deroghe per il lavoro flessibile
LA MAPPA ROMA Lavorano per Regioni e Comuni e per il Servizio sanitario nazionale. Sono soprattutto loro i precari della pubblica amministrazione che possono trovare una temporanea salvezza nella proroga dei contratti triennali al 31 luglio 2013. La modifica è stata presentata dal governo al Senato e inserita nella legge di stabilità. La mappa di chi entra e chi esce ha bisogno ancora di una serie di passaggi per chiarirsi definitivamente. Il primo, è l’accordo quadro che i sindacati sono chiamati a concludere con l’Aran per definire le regole relative ai contratti a tempo determinato sia per quanto riguarda la loro durata (massimo 36 mesi, ma è prevista la deroga nel caso di contrattazione collettiva), sia per l’intervallo tra un contratto e l’altro, che per definire i casi di proroghe e rinnovi. Con ogni probabilità tutto ciò avverrà a gennaio nonostante l’intenzione del ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi fosse di stringere i tempi e di arrivarci entro fine 2012. Non è stato possibile e anche questa è una delle ragioni della proroga che riguarderà i contratti triennali in essere al 30 novembre e che scadranno a breve per essere prorogati fino, al massimo, alla fine di luglio. La proroga non sarà automatica. E questa è una delle ragioni che renderanno la norma meno ampia di quanto si fosse pensato. Intanto non ci rientrano i 130.000 precari della scuola (per il comparto valgono regole diverse), oltre la metà dell’esercito dei 250.000 contratti a termine utilizzati nella pubblica amministrazione. Riguarderà solo marginalmente l’amministrazione centrale poiché sono pochi, appena 14.893 (quasi 6 mila nella Ricerca e Università), i precari utilizzati nei ministeri ed enti. Si concentrerà invece soprattutto nell’oceano dei 100.052 precari utilizzati dagli enti locali, la metà dei quali lavorano nelle Regioni a statuto ordinario (e nei relativi Comuni), un numero quasi alla pari con il gruppone del Servizio sanitario nazionale (35.194). L’emendamento del governo prevede che i contratti possano essere prorogati, ferme restando le leggi in vigore. Quindi, rispetto dei vincoli finanziari e delle compatibilità con le piante organiche rivisitate dalla spending review. In altre parole, non potrà essere prorogato il contratto se il posto non c’è più. Lo stabiliranno, caso per caso, le singole amministrazioni. Un caso a parte è quello dei ricercatori: molti di loro non gravano sulla pubblica amministrazione, lavorano su progetti finanziati da dotazioni europee e quindi le amministrazioni possono prorogare i contratti per salvaguardare il completamento dei progetti (è il caso del rinnovo recentissimo, fino al 2016, per i precari dell’Istituto nazionale di sismologia). Restano fuori dalla proroga, infine, le altre tipologie di contratto flessibile come i co.co.co o i contratti di somministrazione. L’altra parte dell’emendamento riguarda la stabilizzazione dei precari riservando loro una quota del 40% dei posti nei concorsi pubblici. Per usufruirne, però, bisogna innanzitutto che si facciano i concorsi; per parteciparvi occorre vantare 3 anni di esperienza di lavoro con l’amministrazione che indice il bando. Senza riserva possono accedere i cococo che hanno maturato almeno tre anni di contratti. Un decreto del presidente del consiglio stabilirà i dettagli tecnici entro il 31 gennaio. | |
Barbara Corrao |
lunedì 17 dicembre 2012
ANCHE L'AVVISO BONARIO SI PUO' IMPUGNARE
Sentenza della Corte di Cassazione n.18.642 del 30/10/2012:“in tema di contenzioso tributario, devono ritenersi impugnabili gli avvisi
bonari con cui l’Amministrazione chiede il pagamento di un tributo in quanto
essi (… )ove non contestati (…) esplicitano comunque le ragioni fattuali e
giuridiche di una ben determinata pretesa tributaria, ingenerando così nel
contribuente l’interesse a chiarire subito la sua posizione(...)”
Quindi: il sollecito di pagamento e/o l’avviso bonario possono essere impugnati dal contribuente anche se ciò non è previsto espressamente dalla legge.
Il contribuente ha ora la possibilità di adire l’autorità giudiziaria anche per l’annullamento del semplice avviso bonario e soprattutto della pretesa tributaria sottostante.
La Corte di Cassazione chiarisce che se da una parte è vero che il contribuente ha tutto l’interesse a contestare la pretesa tributaria, anche se proveniente da un semplice sollecito, dall’altra non può però contestare i vizi formali dello stesso in quanto la finalità dell’avviso bonario o del sollecito di pagamento è puramente informativa.
Quindi: il sollecito di pagamento e/o l’avviso bonario possono essere impugnati dal contribuente anche se ciò non è previsto espressamente dalla legge.
Il contribuente ha ora la possibilità di adire l’autorità giudiziaria anche per l’annullamento del semplice avviso bonario e soprattutto della pretesa tributaria sottostante.
La Corte di Cassazione chiarisce che se da una parte è vero che il contribuente ha tutto l’interesse a contestare la pretesa tributaria, anche se proveniente da un semplice sollecito, dall’altra non può però contestare i vizi formali dello stesso in quanto la finalità dell’avviso bonario o del sollecito di pagamento è puramente informativa.
ADDIO "Disoccupazione"! DALL'1.1.2013 ARRIVA L' "ASPI" (Assicurazione Sociale per l'Impiego)
L’articolo 2 della legge n. 92 del 28 giugno 2012 ha istituito, con decorrenza
1° gennaio 2013, l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI), con la funzione
di fornire un’indennità mensile di disoccupazione ai lavoratori che abbiano
perduto involontariamente la propria occupazione. L’ASpI – che sostituisce la
preesistente assicurazione contro la disoccupazione involontaria – si
caratterizza per l’ampliamento della platea dei soggetti tutelati, per l’aumento
della misura e della durata delle indennità erogabili agli aventi diritto,
nonchè per un sistema di finanziamento alimentato da un contributo ordinario e
da maggiorazioni contributive.
Clicca qui sotto e leggi la Circolare INPS per capire come funziona:
http://www.inps.it/bussola/VisualizzaDoc.aspx?sVirtualURL=%2fCircolari%2fCircolare%20numero%20140%20del%2014-12-2012.htm
Clicca qui sotto e leggi la Circolare INPS per capire come funziona:
http://www.inps.it/bussola/VisualizzaDoc.aspx?sVirtualURL=%2fCircolari%2fCircolare%20numero%20140%20del%2014-12-2012.htm
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ITALIANA: IL FUTURO E' UN BY-PASS?
da AFFARI ITALIANI
http://affaritaliani.libero.it/economia/delocalizzazione-imprese-italia-svizzera16122012.html?refresh_ce
http://affaritaliani.libero.it/economia/delocalizzazione-imprese-italia-svizzera16122012.html?refresh_ce
Tutti oltre confine/ Le Pmi italiane delocalizzano in Svizzera. A Berna il fisco è market-friendly
Lunedì, 17 dicembre 2012 - 08:51:00
Di Guido Beltrame* La notizia viene data quasi sottovoce da un funzionario della dogana, difficile verificarla, improbabile che sia inventata. Ogni giorno lavorativo, dieci camion carichi di mobili da ufficio valicano il confine tra Italia e Svizzera. Sono aziende italiane che delocalizzano o si trasferiscono completamente. Certo, non vale l'equivalenza "un camion = una società", ma fossero anche solo 2 società al giorno i numeri dovrebbero far riflettere… E invece, per comodità o - peggio - per voluta disinformazione, qualcuno continua a sostenere che chi si trasferisce in Svizzera lo fa solo per pagare meno tasse o, ancora peggio, per frodare il fisco italiano. Una bella scusa per non voler ammettere e riconoscere le debolezze, le lacune, i tumori del sistema Italia.
Arriviamo subito al punto: il carico fiscale è, sì, inferiore in Svizzera rispetto all'Italia (ormai arrivata al top delle classifiche mondiali, quindi quasi qualsiasi Paese è più conveniente dal punto di vista fiscale del nostro), ma quello che attrae gli imprenditori italiani ad andare oltre confine con le loro aziende (o parte di esse) sono anche, se non soprattutto, altri fattori: certezza delle regole, burocrazia ridotta al minimo, funzionari pubblici collaborativi e non, nella maggior parte dei casi, svogliati o addirittura incredibilmente contrari a tutte le possibili soluzioni dei problemi.
Partiamo dal fisco. In Svizzera, ci sono poche e chiare regole. Se avete un dubbio o un problema si contatta l'ufficio di tassazione e lo si risolve insieme, collaborando senza prese di posizione preconcette. Il contribuente è l'anello fondamentale della catena, non la vittima sacrificale. Si arriva, persino, in alcuni casi a preconcordare quante tasse il contribuente/società dovrà versare. Una volta versata la somma concordata non ci saranno controlli ulteriori, nessuno studio di settore, redditometro o ispezione. Annualità chiusa e avanti per l'anno successivo. La collaborazione e l'accordo preventivo fanno in modo che il contenzioso tributario sia ridotto praticamente a livelli minimi con un gran beneficio per le casse della Pubblica Amministrazione. In Italia nel 2011 sono stati eseguiti quasi 700.000 accertamenti. Peccato, poi, che agli accertamenti non faccia seguito un effettivo beneficio per le casse dello Stato.
Le statistiche dicono che, in Italia, in secondo grado (oltre, c'è la Cassazione con costi di difesa spesso insostenibili o non ragionevoli per il contribuente - non per il fisco che è difeso "gratis" dallo Stato) il contribuente ha totalmente ragione nel 45% dei casi, nel 9% dei casi il contribuente ha ragione parzialmente, il fisco vince completamente nel 41% mentre il restante 5% dei casi (fonte Ministero Economia e Finanze) il contenzioso ha un altro esito (difficile da capire quale possa essere…). Considerando, inoltre, che quasi sempre le spese di giudizio vengono compensate tra le parti, si deve concludere che il contribuente italiano è indubbiamente vessato dal fisco. Chi di noi, se sbagliasse il 50% delle sue scelte nel lavoro, riuscirebbe a sopravvivere? Probabilmente dovrebbe cambiare lavoro. I dirigenti e i funzionari del fisco sono ben più fortunati dei comuni mortali: sbagliano una mossa su due, e nessuno gli muove la benchè minima critica. Non solo, ma i costi di questa enorme macchina burocratica legata al contenzioso, non appesantiscono forse il bilancio dello Stato?
*L'autore è un dottore commercialista che esercita sia a Milano che a Chiasso
***************************
COMMENTO ALP-AGL:
Questo articolo pensiamo sia molto utile per far capire a tutti i dipendenti pubblici italiani quale sia il terreno dove si gioca il loro futuro. Non le elezioni delle RSU che si tengono ogni tre anni e che formano organismi che non contano nulla, non l'iscrizione e l'attività per sindacati che, se rappresentativi, non esistono nell'interesse dei lavoratori ma per gli scopi dei loro vertici che intrecciano giochi perversi con certa parte della dirigenza pubblica e del mondo politico. Non nel riscuotere, seppur con regolarità (fino a quando?) , quel misero stipendio (compresi i FUA e le strampalate ripartizioni che se ne fanno) ormai eroso fino all'osso e che consente a malapena di mangiare, non nello sperare in una pensione pubblica che tra qualche anno sarà alleggerita fino a volare via, non nella previdenza integrativa, concepita a uso e consumo di grandi sindacati, compagnie assicurative e banche che vogliono esercitarsi a fare gli speculatori di borsa con le vostre liquidazioni, facendovele sparire. Non nell'ossequiare un dirigente per il quale voi siete solo dei soldatini da mettere in campo per continuare ad avere titolo a sedere sulla propria poltrona.
L'unica maniera per capovolgere questo amaro destino è entrare in rapporto diretto con cittadini e imprese, capire le loro esigenze, collaborare tutti per un nuovo Stato, una nuova Pubblica Amministrazione, mandando in soffitta i vecchi Sindacati e i vecchi Partiti che vi hanno usato, portato a questo punto e che tra poco vi butteranno via.
Che il 2013 sia l'anno dal quale cominci la rimotivazione personale e la capacità di riorganizzarsi in forme nuove. D'altronde, peggio di così...
Arriviamo subito al punto: il carico fiscale è, sì, inferiore in Svizzera rispetto all'Italia (ormai arrivata al top delle classifiche mondiali, quindi quasi qualsiasi Paese è più conveniente dal punto di vista fiscale del nostro), ma quello che attrae gli imprenditori italiani ad andare oltre confine con le loro aziende (o parte di esse) sono anche, se non soprattutto, altri fattori: certezza delle regole, burocrazia ridotta al minimo, funzionari pubblici collaborativi e non, nella maggior parte dei casi, svogliati o addirittura incredibilmente contrari a tutte le possibili soluzioni dei problemi.
Partiamo dal fisco. In Svizzera, ci sono poche e chiare regole. Se avete un dubbio o un problema si contatta l'ufficio di tassazione e lo si risolve insieme, collaborando senza prese di posizione preconcette. Il contribuente è l'anello fondamentale della catena, non la vittima sacrificale. Si arriva, persino, in alcuni casi a preconcordare quante tasse il contribuente/società dovrà versare. Una volta versata la somma concordata non ci saranno controlli ulteriori, nessuno studio di settore, redditometro o ispezione. Annualità chiusa e avanti per l'anno successivo. La collaborazione e l'accordo preventivo fanno in modo che il contenzioso tributario sia ridotto praticamente a livelli minimi con un gran beneficio per le casse della Pubblica Amministrazione. In Italia nel 2011 sono stati eseguiti quasi 700.000 accertamenti. Peccato, poi, che agli accertamenti non faccia seguito un effettivo beneficio per le casse dello Stato.
Le statistiche dicono che, in Italia, in secondo grado (oltre, c'è la Cassazione con costi di difesa spesso insostenibili o non ragionevoli per il contribuente - non per il fisco che è difeso "gratis" dallo Stato) il contribuente ha totalmente ragione nel 45% dei casi, nel 9% dei casi il contribuente ha ragione parzialmente, il fisco vince completamente nel 41% mentre il restante 5% dei casi (fonte Ministero Economia e Finanze) il contenzioso ha un altro esito (difficile da capire quale possa essere…). Considerando, inoltre, che quasi sempre le spese di giudizio vengono compensate tra le parti, si deve concludere che il contribuente italiano è indubbiamente vessato dal fisco. Chi di noi, se sbagliasse il 50% delle sue scelte nel lavoro, riuscirebbe a sopravvivere? Probabilmente dovrebbe cambiare lavoro. I dirigenti e i funzionari del fisco sono ben più fortunati dei comuni mortali: sbagliano una mossa su due, e nessuno gli muove la benchè minima critica. Non solo, ma i costi di questa enorme macchina burocratica legata al contenzioso, non appesantiscono forse il bilancio dello Stato?
*L'autore è un dottore commercialista che esercita sia a Milano che a Chiasso
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COMMENTO ALP-AGL:
Questo articolo pensiamo sia molto utile per far capire a tutti i dipendenti pubblici italiani quale sia il terreno dove si gioca il loro futuro. Non le elezioni delle RSU che si tengono ogni tre anni e che formano organismi che non contano nulla, non l'iscrizione e l'attività per sindacati che, se rappresentativi, non esistono nell'interesse dei lavoratori ma per gli scopi dei loro vertici che intrecciano giochi perversi con certa parte della dirigenza pubblica e del mondo politico. Non nel riscuotere, seppur con regolarità (fino a quando?) , quel misero stipendio (compresi i FUA e le strampalate ripartizioni che se ne fanno) ormai eroso fino all'osso e che consente a malapena di mangiare, non nello sperare in una pensione pubblica che tra qualche anno sarà alleggerita fino a volare via, non nella previdenza integrativa, concepita a uso e consumo di grandi sindacati, compagnie assicurative e banche che vogliono esercitarsi a fare gli speculatori di borsa con le vostre liquidazioni, facendovele sparire. Non nell'ossequiare un dirigente per il quale voi siete solo dei soldatini da mettere in campo per continuare ad avere titolo a sedere sulla propria poltrona.
L'unica maniera per capovolgere questo amaro destino è entrare in rapporto diretto con cittadini e imprese, capire le loro esigenze, collaborare tutti per un nuovo Stato, una nuova Pubblica Amministrazione, mandando in soffitta i vecchi Sindacati e i vecchi Partiti che vi hanno usato, portato a questo punto e che tra poco vi butteranno via.
Che il 2013 sia l'anno dal quale cominci la rimotivazione personale e la capacità di riorganizzarsi in forme nuove. D'altronde, peggio di così...
giovedì 13 dicembre 2012
SLOT MACHINES: MENO DEMONIZZAZIONI E PIU' RAZIONALITA' NELLE SOLUZIONI
Dal sito
«Chi non toglie le slot, perderà il bar»
Il vicesindaco: «Il termine per rimuoverle scade il 15 dicembre. Poi scatteranno i controlli di vigili, Finanza e Carabinieri»
di Valeria Frangipane
BOLZANO. Via le slot dagli oltre 250 bar della città che le
hanno installate entro 300 metri dai luoghi sensibili o il
titolare sarà costretto a chiudere. «Mi spiace che in molti non
si rendano conto di quel che succederà. Ripeto, ancora una
volta, che il 15 dicembre scade il termine per rimuovere le
macchinette elettroniche dai locali. Dopo questa data ci
muoveremo di conseguenza». Il vicesindaco Klaus Ladinser
risponde così a Confesercenti che si fa portavoce di tutto il
disagio dei soci: «I pubblici esercenti non possono sciogliere i
contratti con le società che gestiscono le slot, va trovata una
soluzione che non li danneggi». «Nessuna soluzione - ribatte il
vicesindaco - la legge non l’ho fatta io ma la Provincia (è
entrata in vigore il primo novembre 2012) ed è più che chiara.
Al Comune spetta solo il compito di farla rispettare. Per questo
dal 15 in poi partiranno gradualmente i controlli in tutti i bar
della città e scatteranno le prime multe. E ricordo che se il
barista non sposterà le macchinette entro la data indicata e non
lo farà nemmeno in seguito verrà sanzionato più volte fino al
ritiro della licenza ed alla chiusura del locale. Mi spiace ma
non si scherza». Ma come faranno i 250 baristi, legati a precisi
contratti, a sganciarsi dai noleggiatori? «Devono parlarsi, non
sta a me trovare una soluzione». Molte società di noleggio
invitano i diretti interessati a non togliere proprio niente, lei
che dice?
«Che se la vedranno col giudice per tutti i ricorsi del caso, non certo con noi».
E’ possibile tenere le macchinette spente?
«Spente o accese non importa. Vanno rimosse». I pubblici esercenti sono invitati anche a fare molta attenzione alle indicazioni che arrivano da alcuni noleggiatori che si dicono pronti a pagare, per esempio, la prima multa (dai 144 ai 552 euro). Attenzione perchè se il noleggiatore dice di pagare e se pagherà anche tutte le sanzioni successive, toccherà poi al titolare perdere la licenza e chiudere il bar. Insomma la questione è molto delicata. Da parte sua il comandante dei vigili, Sergio Ronchetti, fa sapere che nelle prossime ore è stata fissata una riunione proprio per discutere della questione: «Nel fine settimana abbiamo il problema della viabilità da Mercatino, per cui escludo che sabato possano già partire i controlli, ma da lunedì inizieremo il giro. L’input è quello di far rispettare la legge». Per i pubblici esercenti una doppia batosta: da una parte i problemi con i contratti firmati, dall’altra il mancato incasso che - per chi ha dalle due alle tre macchinette - oscilla tra i 1.000 ed i 1.500 euro al mese.
«Che se la vedranno col giudice per tutti i ricorsi del caso, non certo con noi».
E’ possibile tenere le macchinette spente?
«Spente o accese non importa. Vanno rimosse». I pubblici esercenti sono invitati anche a fare molta attenzione alle indicazioni che arrivano da alcuni noleggiatori che si dicono pronti a pagare, per esempio, la prima multa (dai 144 ai 552 euro). Attenzione perchè se il noleggiatore dice di pagare e se pagherà anche tutte le sanzioni successive, toccherà poi al titolare perdere la licenza e chiudere il bar. Insomma la questione è molto delicata. Da parte sua il comandante dei vigili, Sergio Ronchetti, fa sapere che nelle prossime ore è stata fissata una riunione proprio per discutere della questione: «Nel fine settimana abbiamo il problema della viabilità da Mercatino, per cui escludo che sabato possano già partire i controlli, ma da lunedì inizieremo il giro. L’input è quello di far rispettare la legge». Per i pubblici esercenti una doppia batosta: da una parte i problemi con i contratti firmati, dall’altra il mancato incasso che - per chi ha dalle due alle tre macchinette - oscilla tra i 1.000 ed i 1.500 euro al mese.
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COMMENTO ALCAMS-AGL :
Solo un aspetto ci piace in questa
vicenda: la serietà dell'istituzione nel voler applicare puntualmente
la norma per quel che essa dispone e non per l'interpretazione
diversa che ognuno ne può dare. Il resto no, non lo gradiamo
proprio.
Innanzitutto la filosofia
proibizionista e la forzatura sugli stili di vita dei cittadini
maggiorenni: assolutamente fallimentare e controproducente. Meglio
prevenire,sin dalla scuola e dalla famiglia, che reprimere
ciecamente.Più si calcherà la mano e più il gioco si diffonderà
anche presso fasce di popolazione prima inimmaginabili (così come è
avvenuto per il fumo, i superalcolici, la prostituzione, le droghe
leggere e pesanti, il gioco d'azzardo, le devianze sessuali che
sfocino in reati, i limiti di velocità, ecc.). Per lo meno, noi la
pensiamo così. E poi, insopportabile è il non rispetto dei problemi
in cui si gettano queste microimprese. Cosa si vuole, che pure i
baristi diventino poveri e non trovino altra alternative al gioco?
Quale la soluzione? Occorrerebbe
provare a trovare un compromesso accettabile tra questi comportamenti
e i limiti etici e morali, fondato non sulla illusoria negazione ma
sulla riduzione del danno e la possibilità di avere alternative di
vita a disposizione. Il business e i soldi (come le armi) non sono
immorali di per sé, ma lo diventano per l'uso che se ne fa.Ciò non
toglie che vi siano situazioni emergenziali, specie famigliari, che
richiedano un intervento e un aiuto immediato. Questo va garantito,
finanziandolo con il prelievo fiscale su questi fenomeni che va
specificamente (e seriamente ) incrementato.Non c'è alternativa.
L'esperienza ci dice che con il proibizionismo puoi togliere le slot dai
bar ma, come sta avvenendo, ti spuntano su internet e nessuna
autorità può farci nulla, come già avvenuto per fenomeni analoghi.
Meglio, per sminuirne la portata trasgressiva, invece, estendere
l'oggetto del desiderio, renderlo a portata di mano. Diminuirà
l'interesse ossessivo e l'essere umano, come è naturale, cercherà
altre attrattive, magari meno sconvolgenti o potenzialmente dannose.
Purtroppo duole dire che come la burocrazia si nutre di inefficienza, così
le istituzioni preposte alla repressione si nutrono di vizio
dilagante, che consente loro di diminuire gli spazi di libertà e
controllare il cittadino anche nella sua vita privata, a tappeto e
indiscriminatamente. Lo strumento fiscale, evidentemente, avrebbe
anche la valenza di diminuire i guadagni spropositati e di abbassare
la febbre da superintroiti.Lasciamo quindi perdere le demonizzazioni
e pensiamo a gestire razionalmente questi fenomeni così come si fa
in altri paesi (perche l'Italia deve essere sempre in retroguardia?).
Della questione fiscale connessa alle slot si è ripetutamente
parlato in queste settimane con riferimento alla necessità di
reperire risorse per far fronte alla crisi da debito che attanaglia
il nostro Paese. Ad esempio in questo articolo su Avvenire:
Come AGL non posiamo non associarci a
coloro che pretendono che i soldi di cui ha bisogno lo Stato (e la
povera gente per avere i servizi di cui ha diritto) vengano presi là
dove ci sono e, se qualcuno ha goduto di regimi di favore (come le
società menzionate nell'articolo) è bene che sia fatta una
correzione, anche attraverso l'introduzione di norme più puntuali.
Che è cosa diversa dal rendere la vita impossibile a dei semplici
proprietari di bar.
SE SEI LAVORATORE A PROGETTO E HAI DEI DUBBI...
...leggi questa Circolare del Ministero del Lavoro
http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/182249CE-5BDC-439F-9B87-6A3C0254A599/0/20121211_Circ_29.pdf
Se pensi che possa riguardare anche la tua situazione, contattaci e ti aiuteremo a tutelare i tuoi diritti.
AGL
http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/182249CE-5BDC-439F-9B87-6A3C0254A599/0/20121211_Circ_29.pdf
Se pensi che possa riguardare anche la tua situazione, contattaci e ti aiuteremo a tutelare i tuoi diritti.
AGL
mercoledì 12 dicembre 2012
VALUTAZIONE RISCHIO: DALL'1 GENNAIO L'AUTOCERTIFICAZIONE NON BASTA PIU'
Entro il 31 dicembre 2012 gli imprenditori (4 milioni circa) devono redigere il
documento sulla valutazione del rischio in azienda. Lo impone il decreto
interministeriale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 6 dicembre con il
quale vengono emanate le procedure standardizzate per effettuare la valutazione
del rischio in azienda per le pmi. In passato le imprese potevano adempiere
all`obbligo autocertificando l`effettuazione della valutazione del rischio,
senza quindi essere costrette a produrre documentazione. Ora, invece, è
richiesto il formato documentale ed è quindi necessario svolgere materialmente
la redazione del documento. La scadenza per la validità della autocertificazione è fissata al 31
dicembre 2012. Come AGL rileviamo il fatto che le procedure siano state pubblicate a ridosso della scadenza senza prevedere
un congruo periodo di tempo per consentire alle aziende di rispettare l`obbligo.
Non si stanno mettendo in condizione quindi quegli imprenditori che si vorrebbero comportare correttamente di svolgere questo adempimento con la necessaria calma e con l'aiuto puntuale dei propri consulenti. Vedremo cosa accadrà poichè, ovviamente, le Associazioni di imprenditori hanno a gran voce richiesto una proroga ulteriore.
Resta la situazione disastrosa della sicurezza sul lavoro in Italia per la quale, a fronte di tanti adempimenti burocratici (ormai un vero e proprio business) resta irrisolta la questione fondamentale: la vigilanza e i controlli successivi. Ricordiamo quanto sostenuto dall'AGL in merito alla necessità che la vigilanza sul lavoro torni tutta allo Stato centrale, in quanto l'esperimento di coinvolgere le Regioni e le relative ASL ci sembra fallito.Il personale ispettivo (ordinario e tecnico) è carente e sarebbe ora di rafforzarlo con processi di mobilità volontaria all'interno delle Pubbliche Amministrazioni, in quanto la sicurezza sul lavoro è una emergenza nazionale.Quello già esistente va messo in condizione di lavorare meglio, dal punto di vista degli orari, dei mezzi , della verifica delle effettive capacità organizzative di chi lo dovrebbe dirigere. Non guasterebbe poi individuare meccanismi incentivanti dal punto di vista economico, rapportati a quanto recuperato dalle sanzioni.
Così come una volta si criticava il fatto che molti operatori delle forze dell'ordine fosero costretti dietro le scrivanie, così occorre, a cominciare dalle amministrazioni centrali, che vengano sfoltiti uffici, organismi e strutture meramente burocratiche, inutili e dannose e che da subito tutti coloro che possiedono già la qualifica ispettiva ritornino a esercitare di fatto questa funzione e che stiano in strada e nelle aziende da controllare a fare il loro dovere. Meno chiacchiere, commissioni e convegni da parte della dirigenza, più operatività e risultati. Non lamentiamoci altrimenti se un giorno a qualcuno verrà in mente di utilizzare meglio i soldi del contribuente appaltanto anche la vigilanza sul lavoro ai privati (già gli istituti di vigilanza operano nei Tribunali, figuriamoci se l'opinione pubblica si scandalizzerebbe se sostituissero l'operato degli ispettori del lavoro...). Mai come in questo caso il futuro professionale degli operatori della vigilanza sul lavoro è in mano a loro stessi. Preoccupiamoci meno delle sparate polemiche ridicole dei politici di turno (lasciano il tempo che trovano perchè la gente è capace da sola di capire se avere norme severe sulla vigilanza è un lusso o meno) e vediamo di impegnarci tutti un pò di più, direttamente, senza delegare troppo, dal punto di vista sindacale e politico.
Resta la situazione disastrosa della sicurezza sul lavoro in Italia per la quale, a fronte di tanti adempimenti burocratici (ormai un vero e proprio business) resta irrisolta la questione fondamentale: la vigilanza e i controlli successivi. Ricordiamo quanto sostenuto dall'AGL in merito alla necessità che la vigilanza sul lavoro torni tutta allo Stato centrale, in quanto l'esperimento di coinvolgere le Regioni e le relative ASL ci sembra fallito.Il personale ispettivo (ordinario e tecnico) è carente e sarebbe ora di rafforzarlo con processi di mobilità volontaria all'interno delle Pubbliche Amministrazioni, in quanto la sicurezza sul lavoro è una emergenza nazionale.Quello già esistente va messo in condizione di lavorare meglio, dal punto di vista degli orari, dei mezzi , della verifica delle effettive capacità organizzative di chi lo dovrebbe dirigere. Non guasterebbe poi individuare meccanismi incentivanti dal punto di vista economico, rapportati a quanto recuperato dalle sanzioni.
Così come una volta si criticava il fatto che molti operatori delle forze dell'ordine fosero costretti dietro le scrivanie, così occorre, a cominciare dalle amministrazioni centrali, che vengano sfoltiti uffici, organismi e strutture meramente burocratiche, inutili e dannose e che da subito tutti coloro che possiedono già la qualifica ispettiva ritornino a esercitare di fatto questa funzione e che stiano in strada e nelle aziende da controllare a fare il loro dovere. Meno chiacchiere, commissioni e convegni da parte della dirigenza, più operatività e risultati. Non lamentiamoci altrimenti se un giorno a qualcuno verrà in mente di utilizzare meglio i soldi del contribuente appaltanto anche la vigilanza sul lavoro ai privati (già gli istituti di vigilanza operano nei Tribunali, figuriamoci se l'opinione pubblica si scandalizzerebbe se sostituissero l'operato degli ispettori del lavoro...). Mai come in questo caso il futuro professionale degli operatori della vigilanza sul lavoro è in mano a loro stessi. Preoccupiamoci meno delle sparate polemiche ridicole dei politici di turno (lasciano il tempo che trovano perchè la gente è capace da sola di capire se avere norme severe sulla vigilanza è un lusso o meno) e vediamo di impegnarci tutti un pò di più, direttamente, senza delegare troppo, dal punto di vista sindacale e politico.
martedì 11 dicembre 2012
SPOILS SYSTEM: FINALMENTE NON SIAMO PIU' SOLI, IN ITALIA, A SOSTENERLO APERTAMENTE
DAL “CORRIERE DELLA SERA” DEL
5.12.2012
I distruttori delle riforme
di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
“Sì dice spesso che le riforme non si fanno perché lo
slancio riformatore di molti governi (compreso quello attuale) è
bloccato dai partiti, i quali in Parlamento difendono gli
interessi di chi, per effetto di quelle riforme, perderebbe i
propri privilegi. Vero, ma non è l’unico scoglio. Un altro
ostacolo, altrettanto importante, è frapposto dalla burocrazia
e dai suoi alti dirigenti. Un esempio: da oltre sei mesi si
discute di come eliminare i sussidi e le agevolazioni di cui
godono talune imprese (senza vi sia alcuna evidenza che questi
aiuti favoriscano la crescita), in cambio di una riduzione del
cuneo fiscale, cioè restringendo la forbice che separa il costo
del lavoro per l’impresa dal salario percepito dal lavoratore.
È una scelta con la quale concordano sia Confindustria sia i
sindacati.
Ma la proposta, pur auspicata dal presidente del Consiglio, non è neppure arrivata in Parlamento: da mesi la burocrazia la blocca. Perché? Semplice: eliminare questo o quel sussidio significa chiudere l’ufficio ministeriale che lo amministra e assegnare il dirigente che lo guida a un diverso incarico. Ciò per lui significa perdere il potere che deriva dall’amministrare ingenti risorse pubbliche. È così che i dirigenti si oppongono sempre e comunque a riduzioni della spesa che amministrano, indipendentemente dal fatto che serva, o meno, a qualcosa. Ma basta questo per bloccare una riforma che anche i partiti in Parlamento auspicano? Perché la burocrazia ha questo potere? Fino a qualche anno fa i funzionari erano di fatto inamovibili: i ministri andavano e venivano, ma i dirigenti dei ministeri rimanevano. Non è più così. Oggi gli alti funzionari si possono sostituire, e tuttavia nulla è cambiato.
Il motivo del loro potere è più sottile e ha a che fare con il monopolio delle informazioni. La gestione di un ministero è una questione complessa, che richiede dimestichezza con il bilancio dello Stato e il diritto amministrativo, e soprattutto buoni rapporti con la burocrazia degli altri ministeri. I dirigenti hanno il monopolio di questa informazione e di questi rapporti, e hanno tutto l’interesse a mantenerlo. Hanno anche l’interesse a rendere il funzionamento dei loro uffici il più opaco e complicato possibile, in modo da essere i soli a poterli far funzionare. E così quando arriva un nuovo ministro, animato dalle migliori intenzioni (soprattutto se estraneo alla politica e per questo più propenso al cambiamento), a ogni sua proposta la burocrazia oppone ostacoli che appaiono incomprensibili, ma che i dirigenti affermano essere insormontabili.
E comunque gli ricordano che prima di pensare alle novità ci sono decine di scadenze e adempimenti di cui occuparsi: non farlo produrrebbe effetti gravissimi. Spaventato, il ministro finisce per affidarsi a chi nel ministero c’è da tempo. È l’inizio della fine delle riforme. E se per caso il governo ne vara qualcuna senza ascoltare la burocrazia, questa mette in campo uno strumento potente: solo i dirigenti, infatti, sono in grado di redigere i decreti attuativi, senza i quali la nuova legge è inefficace. Basta ritardarli o scriverli prevedendo norme inapplicabili per vanificare la riforma.
Ma la proposta, pur auspicata dal presidente del Consiglio, non è neppure arrivata in Parlamento: da mesi la burocrazia la blocca. Perché? Semplice: eliminare questo o quel sussidio significa chiudere l’ufficio ministeriale che lo amministra e assegnare il dirigente che lo guida a un diverso incarico. Ciò per lui significa perdere il potere che deriva dall’amministrare ingenti risorse pubbliche. È così che i dirigenti si oppongono sempre e comunque a riduzioni della spesa che amministrano, indipendentemente dal fatto che serva, o meno, a qualcosa. Ma basta questo per bloccare una riforma che anche i partiti in Parlamento auspicano? Perché la burocrazia ha questo potere? Fino a qualche anno fa i funzionari erano di fatto inamovibili: i ministri andavano e venivano, ma i dirigenti dei ministeri rimanevano. Non è più così. Oggi gli alti funzionari si possono sostituire, e tuttavia nulla è cambiato.
Il motivo del loro potere è più sottile e ha a che fare con il monopolio delle informazioni. La gestione di un ministero è una questione complessa, che richiede dimestichezza con il bilancio dello Stato e il diritto amministrativo, e soprattutto buoni rapporti con la burocrazia degli altri ministeri. I dirigenti hanno il monopolio di questa informazione e di questi rapporti, e hanno tutto l’interesse a mantenerlo. Hanno anche l’interesse a rendere il funzionamento dei loro uffici il più opaco e complicato possibile, in modo da essere i soli a poterli far funzionare. E così quando arriva un nuovo ministro, animato dalle migliori intenzioni (soprattutto se estraneo alla politica e per questo più propenso al cambiamento), a ogni sua proposta la burocrazia oppone ostacoli che appaiono incomprensibili, ma che i dirigenti affermano essere insormontabili.
E comunque gli ricordano che prima di pensare alle novità ci sono decine di scadenze e adempimenti di cui occuparsi: non farlo produrrebbe effetti gravissimi. Spaventato, il ministro finisce per affidarsi a chi nel ministero c’è da tempo. È l’inizio della fine delle riforme. E se per caso il governo ne vara qualcuna senza ascoltare la burocrazia, questa mette in campo uno strumento potente: solo i dirigenti, infatti, sono in grado di redigere i decreti attuativi, senza i quali la nuova legge è inefficace. Basta ritardarli o scriverli prevedendo norme inapplicabili per vanificare la riforma.
Prendiamo il caso delle pur timide liberalizzazioni
varate in primavera con il decreto «cresci Italia»: come
ricordava il Corriere il 19 novembre, fino a poche settimane
fa, su 53 regolamenti attuativi ne erano stati emanati
soltanto 11.
Che fare? La prima decisione di ogni nuovo ministro deve essere la sostituzione degli alti dirigenti del ministero che gli è stato affidato, a partire dal capo di gabinetto. Il ricambio deve cominciare da coloro che da più tempo occupano lo stesso posto e per questo sono spesso i più conservatori, cioè i meno propensi al cambiamento. I costi sono ovvi: un nuovo dirigente ci metterà un po' a prendere in mano le redini del ministero. Ma è un costo che val la pena pagare, quanto più si vuol cambiare.
Certo, c'è il rischio che le nomine siano solo politiche, e cioè che invece di dirigenti preparati il ministro scelga in base alle appartenenze politiche. Questo è possibile, ma saranno poi gli elettori a decidere se un governo ha cambiato qualcosa. E i cittadini giudicheranno un governo anche dalla qualità delle persone cui ha affidato l'amministrazione dello Stato. È comunque un sistema migliore di quello di oggi in cui dirigenti non eletti ostacolano e influenzano l'operato di governi eletti direttamente, o indirettamente come nel caso di questo governo «tecnico».”
Che fare? La prima decisione di ogni nuovo ministro deve essere la sostituzione degli alti dirigenti del ministero che gli è stato affidato, a partire dal capo di gabinetto. Il ricambio deve cominciare da coloro che da più tempo occupano lo stesso posto e per questo sono spesso i più conservatori, cioè i meno propensi al cambiamento. I costi sono ovvi: un nuovo dirigente ci metterà un po' a prendere in mano le redini del ministero. Ma è un costo che val la pena pagare, quanto più si vuol cambiare.
Certo, c'è il rischio che le nomine siano solo politiche, e cioè che invece di dirigenti preparati il ministro scelga in base alle appartenenze politiche. Questo è possibile, ma saranno poi gli elettori a decidere se un governo ha cambiato qualcosa. E i cittadini giudicheranno un governo anche dalla qualità delle persone cui ha affidato l'amministrazione dello Stato. È comunque un sistema migliore di quello di oggi in cui dirigenti non eletti ostacolano e influenzano l'operato di governi eletti direttamente, o indirettamente come nel caso di questo governo «tecnico».”
**************************
COMMENTO AGL
Abbiamo più volte sollevato il tema in
precedenti nostri interventi e quindi, basta andare a rileggerli:
Non possiamo che concordare pienamente
con quanto sostenuto dagli illustri professori e auspichiamo che
attorno a questo obbiettivo si formi un vasto movimento di opinione
pubblica, di forze politiche e sociali e di lavoratori.
I primi a sostenere queste tesi
dovrebbero essere proprio quei dirigenti che oggi, pochi e isolati,
all'interno della burocrazia italiana, nonostante tutto, si
comportano in maniera eccellente.
La politica ha le sue responsabilità
gravi e indubbie ma la costante accusa verso di essa da parte della
dirigenza ormai convince pochi. Basti evidenziare che è proprio
sulla dirigenza (i “tecnici”)che gli uffici legislativi degli
uomini politici si appoggiano quando devono elaborare il testo di
nuove leggi. E questo dall'Unità d'Italia ad oggi. Di chi è la
colpa quindi della farraginosità delle norme?
E' fallita, come soluzione
sperimentata, la “privatizzazione” della dirigenza la quale se
non ha avuto spazio dalla politica è perchè ciò ha fatto comodo a
molti dirigenti. La “valutazione” è una sciocchezza se demandata
ai politici o a tecnici esterni alla PA o a pari, interni, dei
dirigenti della PA stessi (la famosa “autonomia valutativa” della
dirigenza ossia: “solo chi sa il mestiere può valutare
adeguatamente il lavoro del suo collega”).
La crescita esponenziale indiscriminata
delle retribuzioni dirigenziali ha fatto solo danni, che i cittadini
patiranno ancora per molto tempo, in futuro. Si è totalmente persa
l'etica del lavoro. Quasi tutti i dirigenti non hanno più come
ideale il bene dello Stato e dei cittadini bensì il successo
economico personale. Si disse: “se vogliamo i migliori dobbiamo
pagarli”. Solo che non si è mai capito perchè il flusso dei
dirigenti fosse unidirezionale (dall'esterno alla PA, senza ritorno).
Evidentemente perchè fare il dirigente all'interno della PA
significava sottrarsi alla concorrenza e alla meritocrazia.
E' strumentale e ipocrita l'uso che si
è fatto delle norme costituzionali in materia: il buon andamento non
c'è mai stato (domandatelo, nel dubbio, ai cittadini) e la
parzialità della PA è stata la regola non scritta cui tutti in
Italia si sono adeguati per timore di ritorsioni. Se notate, tutti
coloro che disquisiscono sul tema ancora non hanno chiaro dove
finisca il compito della politica e dove inizi quello della
dirigenza. Poiché ciò è controverso e ognuno decide per sé, il
risultato è la sovrapposizione. La coscienza si mette a posto anche
solo avendo enunciato il problema, senza risolverlo in maniera
soddisfacente. Non a caso, i modelli di PA esteri (che in Italia non
riusciremo mai a emulare perchè l'italiano è italiano e natura non
facit saltus) divergono nella sostanza da quello nostrano.
Lo Spoils System sarebbe un sistema
vincente poiché è colui che è stato eletto dai cittadini ad essere
il primo interessato ad essere riconfermato e quindi a circondarsi
degli esecutori più preparati, esperti e capaci. Pericoli? Come in
tutte le cose umane e per questo la presenza della Magistratura va
rafforzata, secondo noi, rendendola elettiva, quindi specchio
anch'essa del volere dei cittadini. Tutto ciò implica una necessaria
revisione della Costituzione che speriamo possa avvenire nella
prossima legislatura. Se non altro perchè ormai è chiaro che questo
sistema non ha funzionato. Da decenni. A chi formula ipotesi
catastrofiste (danni, conflittualità, contenziosi, ecc.) in caso di
cambiamento, rispondiamo: siamo scesi talmente in basso e siamo
ridotti così male che l'unica possibilità di salvarci (noi, lo
Stato, l'economia, la democrazia) è cambiare. Peggio di così non
può andare... E' più semplice azzerare tutto e ricostruire una
organizzazione più moderna, snella efficiente che cercare di
modificare questa giungla. Tutti hanno fallito e non si vedono
all'orizzonte soggetti in grado di metterci le mani con successo. Ha
fallito in questo Berlusconi, così come la sinistra, così come il
centro e i tecnici. I cittadini non hanno più voglia né soldi da
buttare in questo apparato fallimentare e mostruoso. Liberiamocene e
rifacciamo tutto nuovo. Chi vuole, continui pure a sognare ad occhi
aperti, formulando generiche e illusorie frasi programmatiche: lo fa
da anni , senza essere venuto a capo di nulla.
SCANDALO EURIBOR: E I SINDACATI BANCARI STANNO A GUARDARE (PREOCCUPATI? E SE SI', PER CHI?)......
DAL SITO DEL SOLE 24 ORE:
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-12-11/euribor-bruxelles-indaga-banche-064043.shtml?uuid=AbF92vAH
BRUXELLES - Si profila in Europa un nuovo scandalo finanziario dopo quello
scoppiato a Londra l'anno scorso e che riguardava il Libor, uno dei più
importanti tassi interbancari al mondo. La Commissione europea ha confermato
ieri che sta indagando attivamente sui modi in cui viene fissato l'Euribor,
l'equivalente del Libor per la zona euro. Quasi 50 istituti di credito
partecipano alla fissazione di questo tasso di mercato, ma secondo fonti di
stampa una dozzina sarebbe al centro dell'indagine.
Il giornale americano ha spiegato ieri che la Commissione sarebbe sul punto
di accusare una dozzina di banche di avere manipolato il tasso d'interesse
(l'euro interbank offered rate). Non c'è stata conferma da parte della
Commissione né sul numero di banche né sulla tempistica. L'Euribor è fissato
dalle banche, organizzate nella Federazione bancaria europea (Ebf). Il tasso
d'interesse è essenziale perché è utilizzato per fissare il prezzo di mutui,
prestiti, derivati e decine di altri strumenti finanziari.
Secondo il giornale americano, la banca inglese Barclays avrebbe già ammesso
di avere manipolato il tasso d'interesse e quattro istituti avrebbero
strettamente collaborato con la banca inglese: Deutsche Bank, Crédit Agricole,
Société Générale e Hsbc. In questo contesto, l'Ebf sta cercando di evitare di
subire lo stesso destino dell'Associazione bancaria inglese (Bba) che in autunno
ha perso la possibilità di gestire il Libor. Le autorità inglesi hanno deciso di
prendere il controllo del mercato per evitare manipolazioni a danno di
consumatori e concorrenti.
«Quando scoppiò lo scandalo Libor - ha spiegato al Wall Street Journal Guido
Ravoet, il presidente della Efb - fummo molto veloci nel dire che eravamo pronti
ad accettare una vigilanza pubblica. Ci sono certamente delle fragilità nel
nostro sistema di governance. Siamo completamente aperti». A metà novembre la
stessa Banca centrale europea aveva chiesto profondi cambiamenti al modo in cui
è fissato l'Euribor e proposto una sorveglianza diretta delle autorità
europee.
«C'è margine significativo per riformare l'Euribor», ha detto la Bce. «Nel
breve termine, l'obiettivo dovrebbe essere di migliorare la governance, oltre
che offrire un chiaro scadenzario per migliorare sia il regolamento che la
sorveglianza dell'Euribor (…) Nel più lungo termine, sarà importante migliorare
il calcolo del tasso d'interesse basandolo sulle effettive transazioni». In
quella occasione, la Bce aveva proposto che a vigilare sull'Euribor potesse
essere l'Autorità bancaria europea (Eba).
Sempre secondo il Wall Street Journal, due banche, l'americana Citigroup e la
tedesca DekaBank, sono uscite dal gruppo di istituti di credito che fissano
l'Euribor, apparentemente per evitare di essere coinvolte in qualche forma di
manipolazione del mercato, un fenomeno almeno in parte legato all'ingordigia
legata al boom di Borsa degli anni 2000. In giugno, Barclays ha accettato di
pagare una multa di 453 milioni di dollari per chiudere il dossier Libor. """"""""""
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COMMENTO ALAC-AGL
Se a Bruxelles sono stati gli uffici dell’Antitrust ad aver avviato un’indagine sulla manipolazione del tasso di interesse, nel nostro paese l’inchiesta è di carattere penale. E porta la firma della procura di Trani.Dopo l’inchiesta sulle agenzie di rating, ora i giudici del capoluogo pugliese muovono contro chi potrebbe aver avuto interesse a speculare sul tasso che determina, in particolare, il valore dei mutui immobiliari.I reati ipotizzati sono truffa aggravata e grave manipolazione dei mercati.La delega per l’indagine è della guardia di Finanza e di un team di esperti ha cominciato ad analizzare documenti e articoli di stampa. L’ipotesi è che ci sia stata una scientifica manipolazione ai danni di circa due milioni e mezzo di famiglie italiane.Le indagini non nascono a caso ma dalle denunce che le associazioni dei consumatori presentano a Trani. I danni ai mutuatari italiani, dovuti al balzo dei tassi, sono stati giù stimati in almeno 3 miliardi di euro.
Ci viene il dubbio: perchè vari soggetti si stanno attivando nelle denunce tranne i sindacati dei bancari, rappresentanti di una categoria di lavoratori colpita da spietate ristrutturazioni che tuttavia sono i primi a conoscere determinati meccanismi,sin dal loro avvio?
Non starà avvenendo, nel rapporto tra sistema bancario e maggiori sindacati di settore qualcosa di simile a quanto già visto nel rapporto tra ILVA e gli stessi sindacati (locali e nazionali) metalmeccanici? Ci appelliamo ai lavoratori bancari: facciano la loro scelta di campo, ma subito perchè tra poco, per il loro posto di lavoro e per milioni di risparmiatori, sarà troppo tardi.
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-12-11/euribor-bruxelles-indaga-banche-064043.shtml?uuid=AbF92vAH
Euribor, Bruxelles indaga su 12 banche per manipolazione del tasso d'interesse
dal nostro corrispondente Beda
Romano 11 dicembre 2012
«È una inchiesta che consideriamo come una nostra
priorità», ha detto ieri a Bruxelles Antoine Colombani, il portavoce del
commissario alla Concorrenza Joaquin
Almunia. «Per il momento non posso dire di più, se non che l'indagine
continua. Soprattutto non posso dirvi il nome delle banche che sono coinvolte da
questa inchiesta» iniziata nell'ottobre del 2011 quando venne a galla lo
scandalo del Libor. La presa di posizione è giunta sulla scia di un articolo del
Wall Street Journal.
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COMMENTO ALAC-AGL
Se a Bruxelles sono stati gli uffici dell’Antitrust ad aver avviato un’indagine sulla manipolazione del tasso di interesse, nel nostro paese l’inchiesta è di carattere penale. E porta la firma della procura di Trani.Dopo l’inchiesta sulle agenzie di rating, ora i giudici del capoluogo pugliese muovono contro chi potrebbe aver avuto interesse a speculare sul tasso che determina, in particolare, il valore dei mutui immobiliari.I reati ipotizzati sono truffa aggravata e grave manipolazione dei mercati.La delega per l’indagine è della guardia di Finanza e di un team di esperti ha cominciato ad analizzare documenti e articoli di stampa. L’ipotesi è che ci sia stata una scientifica manipolazione ai danni di circa due milioni e mezzo di famiglie italiane.Le indagini non nascono a caso ma dalle denunce che le associazioni dei consumatori presentano a Trani. I danni ai mutuatari italiani, dovuti al balzo dei tassi, sono stati giù stimati in almeno 3 miliardi di euro.
Ci viene il dubbio: perchè vari soggetti si stanno attivando nelle denunce tranne i sindacati dei bancari, rappresentanti di una categoria di lavoratori colpita da spietate ristrutturazioni che tuttavia sono i primi a conoscere determinati meccanismi,sin dal loro avvio?
Non starà avvenendo, nel rapporto tra sistema bancario e maggiori sindacati di settore qualcosa di simile a quanto già visto nel rapporto tra ILVA e gli stessi sindacati (locali e nazionali) metalmeccanici? Ci appelliamo ai lavoratori bancari: facciano la loro scelta di campo, ma subito perchè tra poco, per il loro posto di lavoro e per milioni di risparmiatori, sarà troppo tardi.
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